Mario Manzo, cuore comasco: “Il Como è casa mia, ma che ferita quell’esclusione”

Due promozioni, un amore nato sul campo e proseguito al ristorante: l’ex difensore racconta la sua vita in azzurro tra emozioni, battaglie e nostalgia

Mario Manzo, difensore simbolo di un’epoca del Como 1907, è il protagonista della nuova puntata della rubrica “Io e il Como” de La Provincia, dedicata ai volti che hanno lasciato un segno nella storia azzurra. Salernitano d’origine, ma comasco d’adozione, Manzo ha legato la propria carriera e la propria vita alla città lariana, dove ha vissuto 33 anni, messo su famiglia e dato tanto dentro e fuori dal campo.

Arrivato nel 1992 grazie a uno scambio tra dirigenti, si ritrovò catapultato in una realtà che non conosceva: “Non sapevo nulla di Como. Ricordo solo la fontana di Piazza Camerlata appena uscito dall’autostrada”, racconta. Eppure, quella città diventò presto casa sua. Tra i ricordi, due promozioni, una retrocessione, momenti difficili e tante dimostrazioni d’affetto da parte dei tifosi, anche nei periodi più tesi.

“Mi dicevano sempre: non ce l’abbiamo con te”, ricorda Manzo riferendosi ai momenti di contestazione. Il rispetto se l’è guadagnato sul campo: testa bassa, corsa e grinta, qualità che ancora oggi la gente gli riconosce per strada. “Forse è questa faccia da lavoratore che mi ha fatto volere bene”.

Sotto la guida di Tarcisio Burgnich e poi di Marco Tardelli, Manzo visse stagioni importanti. Allenamenti nel fango, marcature uomo su uomo, spirito di sacrificio e gruppi affiatati. “Tardelli costruì un gruppo fantastico. Era molto emotivo, soffriva troppo le sconfitte, ma ci trasmetteva una voglia incredibile”.

Nel 1994 incontrò Elena, che lavorava nel ristorante Le Catene, punto di riferimento per i giocatori del Como. Quell’incontro cambiò la sua vita. Dopo le esperienze a Lucca e Cesena, tornò in riva al lago per volere di Ferrigno, che lo propose a Enrico Preziosi. Fu l’inizio di un nuovo ciclo, con la promozione in Serie B, ma anche con un epilogo amaro.

“Due giorni dopo il ritiro mi ritrovai fuori rosa, e ancora oggi non so perché”, confessa. Il presidente Preziosi gli chiese la rescissione, ma Manzo non cedette: “Facevo palleggi con Lombardini, anche lui epurato. È stato durissimo”. E quando Dominissini lo fece entrare in campo per 20 minuti contro il Crotone, fu lo stesso presidente ad attaccarlo nello spogliatoio. “Urlava che non doveva farmi giocare”.

Nonostante tutto, il ricordo più bello resta la promozione con Tardelli: “Una squadra giovane, un gruppo speciale. Ma forse è anche colpa dell’epilogo se la ricordo meglio”.

Il legame con Ferrigno, che dopo i fatti giudiziari sparì senza salutare, resta una ferita: “Era un amico. Passavamo ogni sera insieme. È stato come perdere una persona cara”.

Terminata la carriera professionistica, Manzo si è reinventato, prima nel calcio dilettantistico, poi nei settori giovanili, fino a chiudere con l’Arcellasco, dopo anni da giocatore-allenatore e allenatore del Como 2000 in Serie A femminile. “Conciliare il lavoro in una ditta a Cagno con il calcio era diventato troppo”.

E il Como di oggi? “Lo seguo in tv, perché trovare i biglietti è impossibile. È una squadra divertente, ma le manca concretezza. Fabregas è bravo, ma in Italia devi anche saper mandare una palla in tribuna”.

Quando gli si dice che ci vorrebbe un nuovo Mario Manzo, scoppia a ridere, ma in fondo sa di aver lasciato qualcosa. Quel legame con Como non si è mai spezzato.

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