Maxence Caqueret è stato intervistato dal podcast Kampo, in una posizione panoramica proprio sopra il Sinigaglia. Interessanti alcuni passaggi della lunga intervista, tutta in francese, che abbiamo ascoltato per voi. Ve li proponiamo qui sotto.
ESSERE A COMO
“Paesaggio incredibile, ci si sente veramente bene. Stadio atipico ma magnifico. Quando sono arrivato qui il cambiamento non è stato facile perché avevo sempre giocato a Lione, il club della mia città dove tra l’altro tutti tifano Lione. Lì ho giocato una semifinale di Champions. Anche passare da uno stadio da 50mila a uno da 10/12mila, sembra di non essere nello stesso mondo. Ma mi sono adattato bene. Non ero mai venuto qui e quando ho fatto un giro con mia moglie mi sono reso conto di essere arrivato in una città pazzesca. E il club è in un’evoluzione incredibile. Non mi aspettavo che finisse così col Lione, senza giocare per l’ultimo mese e mezzo: è il mio unico rimpianto. Periodo veramente complicato. Esiste anche questo lato per un calciatore”.
“BONJOUR MAXENCE”
“Mi ricordai che Fabregas aveva giocato al Monaco solo quando mi telefonò dicendo: ‘Bonjour, ça va Maxence?’ Una telefonata di una decina di minuti tutta in francese dicendomi che per lui dovevo venire qui, che mi conosceva a memoria come giocatore e mi adorava. Io ero troppo contento perché l’avevo visto giocare al Barcellona… Abbiamo parlato solo di calcio, ed era esattamente il calcio che io sognavo di fare. Onestamente non conoscevo il club. Ma dopo aver riflettuto, ho memorizzato sul cellulare il nome ‘Cesc’, ho accettato l’opportunità e non mi sono sbagliato. Sono super contento della scelta. Tra l’altro non avevo mai valutato di andare via da Lione fino a quel momento, quindi la prima chiamata che ho ricevuto da un altro allenatore è stata quella di Fabregas. Poi mi sono convinto e dopo pochi giorni ero in campo contro il Milan: tutto è andato molto in fretta”.

FAMIGLIA E FEDE
“La prima cosa che ho fatto col mio primo grosso stipendio è stata acquistare una casa ai miei genitori. Ogni partita, appena so se sarò titolare o in panchina mando un messaggio alla mia famiglia. Mio padre risponde in maniera abbastanza sintetica, mia madre invece si esprime di più. Ho una sorella maggiore e un fratello minore. La famiglia è molto importante per i valori che trasmette e per il sostegno che dà. A casa mia non si parla di calcio, anche se amano il calcio. I miei genitori sono i miei primi tifosi, ma mio fratello ancora di più. Sono molto credente, la fede è il mio pilastro. Altrimenti possono innescarsi dei circoli viziosi. La mia famiglia era cristiana non praticante, i miei genitori non ci hanno battezzato ed è stata mia sorella a portarmi su quel percorso. So che tutto dipende da Dio e mi metto nelle sue mani. Nei periodi difficili a Lione sapevo che avrei potuto trovare la mia felicità altrove. Sempre più calciatori ne parlano e credo sia importante, perché è la vera vita. Poi ciascuno fa come vuole”.
IL SOGNO NEL CASSETTO
“Desidero davvero provare ad andare in nazionale francese, per me è l’obiettivo massimo. Ma abbiamo giocatori fortissimi e quindi serviranno grandi prestazioni. Farò del mio meglio, c’è anche un nuovo allenatore. Io non sarò mai alto due metri, non sarò mai veloce, ma penso che le statistiche e l’atletismo contino meno rispetto all’abilità di giocare al calcio”.
GLI IDOLI
“Iniesta era il mio riferimento. Lui, Xavi e Busquets. E poi Thiago Alcantara, contro cui ho giocato: mi ha impressionato più di qualsiasi avversario”.
IL GIOCATORE IDEALE
“Piede destro di Neymar, sinistro di Messi, visione di gioco di Iniesta, leadership di Ramos, senso tattico di Guardiola, stop di Mahrez”.
I COMPAGNI PIU’ FORTI
“Cherki, Paquetà, Ndombele”.
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