Como in Australia, tifosi contrari e club all’attacco: il caso che scuote il calcio italiano

La società lariana difende la tournée oceanica puntando sulla crescita del calcio italiano, mentre la curva e i sindacati dei giocatori sollevano dubbi su regolarità e logica sportiva

La trasferta del Como in Australia ha aperto un caso destinato a far discutere. Una scelta comunicata nei giorni scorsi dal club, ma subito contestata dalla Curva Lariana e messa sotto osservazione anche da parte di addetti ai lavori e sindacati dei calciatori. Una decisione che va oltre la semplice pianificazione sportiva e assume i contorni di una visione strategica, con il Como che si propone, sorprendentemente, come motore di rinnovamento per il calcio italiano.

Il comunicato ufficiale diffuso dalla società lariana parlava chiaro: l’obiettivo è “riportare il calcio italiano ai fasti degli anni ’90”. Una dichiarazione che ha colpito per la sua ambizione, soprattutto considerando che proviene da una realtà considerata ancora piccola sul panorama nazionale, guidata però da una proprietà straniera – il gruppo indonesiano Djarum dei Fratelli Hartono – che ha idee precise e una visione imprenditoriale di lungo periodo. Il Como, infatti, è stato scelto non per caso: secondo gli attuali proprietari, il campionato italiano ha un ampio margine di crescita, una definizione che suona come un eufemismo, considerando le tante criticità che affliggono il sistema calcio nel nostro Paese.

Il punto centrale è proprio questo: mentre i tifosi storcono il naso per una trasferta che tradisce le radici locali e la passione del tifo organizzato, la società guarda al futuro con pragmatismo finanziario e visione globale. Il calcio italiano, secondo la proprietà, è arretrato rispetto ai grandi campionati europei: diritti televisivi sottovalutati, merchandising poco sviluppato, assenza di una seria lotta alla contraffazione, impianti obsoleti. Da qui la volontà, neanche troppo velata, di porsi come forza trainante in un sistema che viene visto come immobile e incapace di innovarsi.

La mossa del Como appare in controtendenza rispetto al profilo medio delle società italiane, e proprio per questo fa rumore. Anche perché – come sottolineano i colleghi de La Provincia – è emblematico che una presa di posizione così forte sia arrivata da un club di provincia e non da una big come il Milan, che pure sarà coinvolto nella trasferta australiana. Un segnale che il Como non intende rimanere ai margini del sistema, ma anzi vuole emergere come esempio di modernità e rottura degli schemi.

Tuttavia, i dubbi non mancano. La curva ha espresso apertamente la propria contrarietà, definendo incoerente il viaggio così lontano dalle radici territoriali del club. Anche sul fronte sportivo, emergono perplessità legate alla regolarità del campionato: una tournée di questo tipo potrebbe incidere sulla condizione atletica e psicologica di una squadra in piena corsa per traguardi importanti. La riflessione si allarga così al sistema: si dibatte per ore sulle immagini del VAR e sulla contemporaneità dell’ultima giornata di campionato, poi però si autorizzano viaggi intercontinentali nel cuore della stagione, con conseguenze potenzialmente gravi sull’equilibrio della Serie A.

Anche i giocatori iniziano a far sentire la propria voce. Alcuni atleti hanno già espresso riserve, e non si esclude un intervento del sindacato di categoria, pronto a difendere le condizioni psicofisiche dei tesserati, già sottoposti a ritmi elevati. Potrebbe nascere un fronte comune, se il calendario si dimostrasse penalizzante.

La tournée australiana del Como diventa così simbolo di una frattura tra due visioni del calcio: da una parte quella tradizionale, legata al territorio e alla cultura sportiva locale, dall’altra quella globale, orientata al marketing e alla crescita economica. Un conflitto che, almeno per ora, non sembra avere una soluzione condivisa.

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