Enrico Todesco, che per tutti era “L’Angelo Biondo”, non ama troppo quella definizione. “Uff, non ricominciamo con questa storia”, scherza ancora oggi. Eppure, oltre all’eleganza sul campo, la sua avventura nel calcio italiano resta impressa nella memoria dei tifosi del Como e non solo. In una lunga intervista rilasciata a La Provincia, l’ex centrocampista ha ripercorso i momenti salienti della sua carriera, tra episodi divertenti, ricordi amari e il legame rimasto intatto con la città lariana.
Dalle giovanili alla Serie A
Originario di Milano, cresciuto nel quartiere Niguarda, Todesco è approdato al Como grazie a un osservatore che lo notò quando ancora giocava nel Cusano Milanino. Dopo il passaggio a Orsenigo, arrivò il debutto in Serie B con mister Rambone. “Il mio primo gol fu alla Cremonese, ma quell’anno retrocedemmo in C nonostante la qualità della squadra”, racconta.
Il tecnico Rambone, noto per il carattere forte, viene ricordato da Todesco con un sorriso: “Era educato, ci dava del lei, ma se si arrabbiava urlava di brutto. Aveva la passione per i walkie talkie e passava ore a cercare interlocutori nell’etere”.
Gli anni alla Lazio
Nel 1979 il salto nella capitale, in una Lazio segnata da episodi che fecero storia. “Il mio debutto con gol a Catanzaro fu annullato ingiustamente, sarebbe potuta essere la svolta. Poi ci fu la tragedia di Paparelli: ci dissero un’ora prima del derby e giocammo con un disagio enorme”.
Non mancano i ricordi legati al calcio scommesse: “Finita una partita a Pescara trovammo polizia e carabinieri nello spogliatoio. Divisero chi era indagato dagli altri. Una scena surreale”.
Era la Lazio post scudetto, tra personaggi forti e situazioni ai limiti. “C’era chi andava davvero al poligono a sparare, chi rompeva la dieta con uno zuccotto prima delle partite. Un ambiente particolare, ma formativo”.
Tra Genoa e Pisa, fino al ritorno a Como
Dopo l’esperienza biancoceleste, Todesco visse stagioni importanti con Genoa e Pisa, conquistando due promozioni in Serie A e una salvezza memorabile. “A Bergamo tremò la terra: ventimila genoani aspettavano il risultato della Lazio per salvarsi. Un ricordo indelebile”.
Nel 1983 il ritorno a Como. “Volevo una nuova promozione e arrivò subito, anche grazie ai miei gol con Cremonese e Cavese”. Seguì un quinquennio in Serie A con partite rimaste nella memoria collettiva: “Como-Napoli 1-1, segnai io e Maradona. Quel giorno resta il punto più alto della mia carriera”.
Aneddoti e personaggi
Dal compagno Nicoletti, “Un fenomeno dentro e fuori dal campo”, alle superstizioni dell’epoca Anconetani a Pisa, Todesco ha collezionato episodi da raccontare. “Una volta rimanemmo mezz’ora fermi in auto perché era passato un gatto nero e non si poteva andare avanti”. Oppure la scena di Empoli, quando il massaggiatore fece sparire gli specchi dallo spogliatoio per non far vedere a un compagno il volto ferito da una gomitata.
Allenatori e compagni hanno lasciato il segno: “Con Bianchi costruimmo le basi per anni di buon calcio. Ricordo Muller con i tappeti persiani in macchina, Dirceu che non voleva mai uscire, e tanti ragazzi sfortunati frenati dagli infortuni”.
Il legame con Como e l’impegno sociale
Conclusa la carriera, Todesco è rimasto a vivere sul Lario. “Qui sono nati i miei figli, uno dei quali tifa in curva. Mi piace Como, mi trovo bene”. Non è mancato anche l’impegno fuori dal campo: con l’associazione Cartellino rosso alla SLA, porta avanti iniziative di solidarietà nate dalle esperienze dolorose vissute accanto a Borgonovo e ad altri amici.
Oggi guarda al Como con interesse e ottimismo: “C’è un grande progetto, Fabregas è un numero uno e credo che ci divertiremo per qualche anno. Certo, mi dispiace per l’addio di Gabrielloni, ma resto fiducioso”.
Quanto al soprannome che lo ha seguito per anni, “L’Angelo Biondo”, chiude con ironia: “Ero troppo visibile, un danno più che un vantaggio. Rambone mi disse: sei troppo bello per giocare a calcio. L’ho smentito”.

