Interessante reportage di DAZN con Cesc Fabregas. Intervistato da Hernanes, i due ex giocatori hanno alternato qualche chiacchiera seduti tranquilli e confronti in campo palla tra i piedi. Ripensando anche a ciò che il tecnico del Como faceva nella sua precedente carriera: “Giocare falso nove mi ĆØ sempre piaciuto per la libertĆ totale che avevo, trovando il mio spazio e il mio tempo per essere decisivo.Ā Nel calcio moderno, contro-movimento sempre. Bisogna fingere di fare ciò che il difensore vuole farti fare, e poi fare l’opposto. E poi la postura. Quando giocavo, per me la postura era fondamentale e la utilizzavo sempre per giocare in avanti. Avevo quattro giocate possibili quando mi arrivava il pallone, sempre con l’obiettivo di mettere l’attaccante solo davanti al portiere. Non avevo un gran fisico, quindi dovevo essere più avanti di testa. Il passaggio poi non deve essere sempre per forza forte: a volte io potrei scegliere di fare un passaggio più lento per poter io stesso andare a propormi per ricevere il passaggio di ritorno. Serve intesa col compagno“.
Ora queste soluzioni devono trovarle i suoi giocatori, uno tra questi spicca: “Io non insegno niente, cerco di dare loro delle scelte. Lavoriamo tutte le settimane sullo stesso modello. Il giocatore in partita deve riconoscere ciò che siamo, deve capire le dinamiche, lo spazio, il tempo. E serve tempo per lavorarci. Tempo sul campo, tempo in sala video, domande. Il calcio che facciamo qui si deve sentire nel sangue. Poi le giocate vengono automaticamente in partita. Paz ĆØ molto più fisico di me. E’ un centrocampista che vedevi più spesso prima e meno ora. Non ĆØ una mezzala/play, ĆØ più trequartista/attaccante, con la porta sempre in testa. E ha tanta fiducia in sĆ© stesso, questo lo farĆ arrivare in alto. Provo sempre a proteggerlo. Oggi va tutto veloce, dopo una bella partita arrivano i contratti milionari“.
E dopo ogni partita anche il lavoro degli allenatori viene giudicato. Vogliamo parlare della polemica giochisti-risultatisti? “Io sono cresciuto da fanatico del Barcellona. Cruijff, Van Gaal, Robson, Guardiola, Rijkard… Questo rimane dentro di me per tutta la vita. Ma la mia fortuna ĆØ stata di andare in altri paesi, con tanti allenatori e vincendo con tutti. Questo mi ha fatto capire che non ĆØ solo il tipo di calcio del Barcellona che fa vincere. Se tu parli coi miei giocatori, la parola che uso di più ĆØ ‘vincere’. Però vogliamo anche costruire una cosa bella in ottica futura“.
Infine qualche parola sul progetto Como e sul suo futuro: “Per il momento ciò che rende unico il Como ĆØ il lago. Non siamo unici in niente, siamo una societĆ che sta crescendo, abbiamo sbagliato tante volte negli ultimi 2/3 anni ma stiamo trovando una struttura. La nostra forza ĆØ credere in ciò che facciamo. Non abbiamo mai parlato di voler vincere lo scudetto o la Champions, non c’ĆØ spazio per questo. Ma con una visione tutto diventa possibile. Dopo una brutta sconfitta devi sempre mantenere la tua idea, ovviamente migliorando ciò che hai fatto. Il mio obiettivo ĆØ lasciare un’ereditĆ quando andrò via da Como. Il mio obiettivo come allenatore? Al momento ĆØ dare tutta la mia vita per il Como. Non penso troppo al domani. Ho ambizione, sƬ, ma voglio farlo in maniera intelligente. L’ambizione senza senso può diventare un pericolo, dire ‘voglio vincere la Champions’ sarebbe superficiale. Quanti allenatori vanno in grandi squadre e dopo tre settimane sono giĆ fuori? Quello che dovrĆ rimanere uguale anche tra dieci anni ĆØ la mia persona, il modo in cui parlo coi giocatori, con passione e cuore. Devo migliorare nel dopo-partita, perchĆ© rosico, perchĆ© io so cos’avevamo preparato, gli altri no“.

