L’arrivo di Césc Fàbregas nella redazione de La Provincia ha regalato un incontro fitto di interventi diretti e spunti tecnici. Il tecnico del Como, accolto dallo staff guidato dal direttore Diego Minonzio, ha risposto in modo secco e immediato alle domande dei giornalisti, offrendo uno spaccato chiaro della sua idea di calcio.
Fin dall’inizio ha ammesso di percepire il clima positivo che circonda la squadra: «Mi accorgo di come sia cambiato l’ambiente, l’entusiasmo della gente è meraviglioso», pur riconoscendo che il ritmo casa-campo non gli consenta di cogliere tutto a pieno.
A chi gli chiedeva se avvertisse il peso delle difficoltà del calcio italiano, Fàbregas è stato netto: «No, non sento di essere in un campionato di Serie B. La Serie A ha un grande appeal», richiamando anche il match della Nazionale contro la Norvegia come esempio di un contesto complesso.
Quando il discorso è scivolato sulla formazione dei giovani, ha subito citato la Spagna: «Lì c’è un’ossessione per portare i ragazzi in prima squadra. In Italia accade meno». Ha ricordato che in Primavera aveva promosso due sedicenni, scelta che aveva suscitato sorpresa: «Il calcio italiano deve progredire anche in questo».
Sul lavoro con i più giovani ha ribadito un principio chiaro: «Con loro devo essere più asfissiante», spiegando come ogni carattere richieda una gestione diversa. E ha insistito sull’importanza del clima interno: «Un solo giocatore negativo può condizionare tutti».
Rispondendo a domande sul proprio carattere, ha sorriso: «Da giocatore ero permaloso, ora zero. Se sono qui, vuol dire che non lo sono».
Quanto alla preparazione delle gare, ha osservato come il calcio italiano stia vivendo un ritorno di sistemi attendisti: «È tornato di moda il 5-3-2. Noi invece andiamo ad aggredire, rompiamo le palle, rischiamo ma non cambiamo mentalità».
Il tecnico ha poi sottolineato il principio che guida la sua filosofia: «Non ragiono per dogmi. Insegno ai giocatori a prendere responsabilità autonome», rifiutando l’idea di “ingabbiare” un atleta in schemi troppo rigidi.
Sulla tecnica nelle scuole calcio si è detto favorevole: «La tattica la impari in poco tempo. Gli allenamenti devono essere brevi ma intensi».
Parlando dei colleghi, ha citato Italiano, Gasperini, Chivu e Di Francesco come modelli interessanti. Su Pisacane ha scherzato: «A Como è stato prudente, ci abbiamo riso sopra», mentre di Conte ha ricordato gli allenamenti durissimi al Chelsea: «Alla fine mi dovevo appoggiare a un compagno».
Riguardo al rapporto con lo staff, ha spiegato: «All’inizio facevamo tutto in tre. Ora è diverso, ma voglio che vengano da me uno per volta». Ha ricordato un episodio contro l’Atalanta: «Mi dissero che Gasperini non passa mai a quattro: fondamentale avere persone che conoscono bene il calcio italiano».
Sulla sua crescita personale ha rivelato: «Ho iniziato a ragionare da allenatore già all’Arsenal, prendevo appunti su episodi di partita».
Sbarcato a Como, non immaginava il percorso attuale: «Avevo un accordo per giocare e poi allenare le giovanili. Poi è cambiato tutto». Il punto di svolta? «Parlando con Suwarso ho capito che qui si fanno le cose bene».
Sull’argomento quote societarie ha glissato ridendo: «Un regalo simbolico». Quanto al futuro è rimasto vago: «Nel calcio mai dire mai, ma ora non potrei chiedere di più». Ha poi spiegato cosa immagina per il prossimo step del Como: «Dobbiamo pensare alla cantera, far crescere più italiani. È un desiderio anche di Mirwan».
Riguardo al pubblico ha evidenziato un cambiamento: «Ricordo i fischi a Como-Lecco. Ora la gente capisce e applaude». Sul tema estetica-vittoria è stato chiaro: «Si può vincere giocando bene. A Barcellona criticavano un 4-0 per il possesso. È una mentalità di trent’anni». La camminata sotto la curva? «Un ringraziamento ai tifosi, ma se non vinciamo non ci vado».
Alla domanda su Nico Paz ha risposto: «È uno che tira fuori il colpo dal cilindro, come Dybala o Soulé». Su Morata ha ribadito: «Gli manca il gol, ma si riprenderà». Infine, sugli arbitri: «Spero di non essere antipatico. A Bologna non meritavo l’ammonizione».
L’incontro si è chiuso con un sorriso: «Possiamo farlo una volta all’anno», ha detto, lasciando intendere — tra le righe — la sua volontà di proseguire il percorso a Como.



