Fabrizio Diana: «Il Como è metà della mia vita. Dagli anni difficili ai sogni degli Hartono»

L’ex addetto stampa e legale del club lariano ripercorre oltre vent’anni in biancoblù: dai fallimenti alla rinascita, tra aneddoti, personaggi e la nuova era indonesiana che ha cambiato volto alla società.

Fabrizio Diana, per oltre vent’anni colonna del Como Calcio, ha raccontato in un’intervista esclusiva a La Provincia la sua lunga esperienza nel club lariano, lanciando infine uno sguardo all’attuale rinascita sotto la proprietà dei fratelli Hartono. Un viaggio tra ricordi, ironia e riflessioni sul profondo cambiamento che ha trasformato la società e il calcio comasco.

«Il Como è almeno metà della mia vita», afferma Diana. «Ci sono entrato a 19 anni, da studente universitario, e l’ho lasciato all’inizio di questo decennio. Oltre vent’anni in cui ho fatto un po’ di tutto: addetto stampa, marketing, legale. Ho vissuto stagioni incredibili, tra momenti durissimi e altri indimenticabili».

Dai primi passi all’ufficio legale

L’avventura di Diana cominciò con l’arrivo di Enrico Preziosi alla guida del club. «Aveva bisogno di riorganizzare la società. Io iniziai come manovalanza nell’area stampa, poi nel 2004 passai al marketing e dal 2008 seguii anche l’ufficio legale. Fui coinvolto nella cordata Nicastro che acquistò il Como all’asta».

Quegli anni furono tutt’altro che semplici. «Il fallimento del 2005 fu tosto, quello del 2016 invece più figlio di strategie sbagliate. Ci trovammo con le sbarre del Telepass che non si alzavano, hotel che non ci accettavano, tifosi che pagavano le trasferte. Mia madre mi dava pentoloni di pasta per i giocatori. Ma ho vissuto anche la gioia della Serie A».

Aneddoti, personaggi e un “Gattone” indimenticabile

Diana ha regalato una carrellata di aneddoti che raccontano l’anima più autentica del vecchio Como: «Ciuccariello, Arquilla, Nappi, Oliveira, Music: sembrava un film. Ma il mio “top player” era Gatti, l’autista. Considerava il pullman un’estensione di sé. Se qualcuno metteva i piedi sul sedile, fermava il mezzo. Una volta abbatté la sbarra del Telepass, un’altra voleva tornarsene a casa dopo uno scherzo di Padalino».

Nel racconto non mancano i ricordi affettuosi: «Ambrogio Panzeri era il papà dello spogliatoio, Mimmo Gentile un uomo buono, Angiuoni ha amato il Como come pochi». E anche qualche momento surreale: «Una sera, per non farci vedere uscire dall’albergo, finii nel recinto del dobermann del proprietario. Poi a cena scoprimmo che Gatti aveva già mangiato tutto».

Preziosi, i fallimenti e la rinascita

Diana ricorda Preziosi come un uomo esigente, ma capace di dare: «Sapeva motivarti, pretendeva, ma sapeva riconoscere il lavoro. Mi fece presentare i lecca-lecca con i volti dei giocatori, poi mi arrivò una gratifica». Due i momenti più delicati: «Le risse nei tunnel di Como-Modena e Como-Udinese. Una volta mi trovai con la testa di Brevi sotto braccio mentre cercavo di dividere. Ma anche allora il Como era casa».

Orgoglioso di aver contribuito al salvataggio del settore giovanile nel 2018, sottolinea: «Quell’accordo con l’Accademia Como ha permesso ai ragazzi di restare in città. È una delle cose di cui vado più fiero».

Dalla cordata Nicastro agli Hartono

Diana fu tra i protagonisti del periodo Nicastro, che anticipò l’arrivo dei grandi investitori stranieri. «Nicastro aveva visioni simili a quelle degli indonesiani: voleva trasformare lo stadio in un luogo d’intrattenimento. Anche Rivetti aveva idee simili per il centro sportivo. Ma allora mancavano i mezzi economici. Oggi, con gli Hartono, il Como ha un potere finanziario straordinario».

Sul presente è lucido: «È impossibile non ammirare questo Como, calcisticamente non sbagliano nulla. L’unico aspetto che mi lascia perplesso è lo slogan “Semm cumasch”: è molto commerciale, manca ancora un legame empatico col territorio. Il Como che conoscevo io aveva un senso di famiglia. Ora è un’azienda moderna, vincente, ma diversa. Forse è il segno dei tempi».

Tra ricordi, ironia e orgoglio

L’ex dirigente non rinnega nulla: «Ho vissuto tensioni, contestazioni, ma anche momenti meravigliosi. Ho trovato amicizie vere, come quella con Andrea Ardito, e perfino l’amore: una ragazza del Chievo, Dafne. Il Como mi ha dato tanto, più di quanto avrei potuto immaginare».

E oggi, guardando allo stadio Sinigaglia proiettato nel futuro, conclude con una punta di emozione: «Fa impressione vedere dove sono arrivati. Ma in fondo, ogni successo di questo club lo sento anche un po’ mio».

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