Il commiato tra Alessandro Gabrielloni e il Como ha lasciato un segno profondo nella tifoseria azzurra, che ha salutato con commozione uno degli ultimi simboli di appartenenza del calcio moderno. Il trasferimento in prestito secco alla Juve Stabia, dopo il rinnovo con il club lariano, ha chiuso un capitolo iniziato nelle categorie più basse e culminato con una crescita sportiva senza precedenti, fino alla Serie A.
Venerdì sera, durante la tradizionale festa gastronomica organizzata dai tifosi a Sant’Abbondio, il clima era surreale. La presenza dell’attaccante ha trasformato l’evento in un ibrido tra celebrazione e commiato. Chi era presente ha percepito il peso del momento: «Gabrielloni ha insegnato ai bambini che lottare per un obiettivo si può», diceva qualcuno tra gli stand. La sua storia, iniziata nei campi polverosi della Serie D, è stata vissuta intensamente da una tifoseria abituata più alle storie vere che alle luci dei riflettori.
Il club, per onorarlo, ha scelto di dedicargli una statua all’interno dello stadio Sinigaglia, raffigurante una delle sue celebrazioni più iconiche dopo un gol. Un gesto raro, riservato a chi ha saputo entrare nella storia non solo con i gol, ma con lo spirito, un gesto che per rimanere in tema biancoblu è stato riservato dall’Arsenal per una leggenda come Thierry Henry, giusto per fare un esempio. Gabrielloni ha segnato in ogni categoria in cui ha militato con il Como, incarnando l’attaccamento alla maglia come pochi.
Eppure, il distacco ha lasciato l’amaro in bocca. Secondo alcuni tifosi, la società avrebbe spinto dolcemente l’attaccante verso l’uscita. Un passaggio simbolico, soprattutto per chi, come lui, è stato simbolo del legame con il territorio. La mancata presenza in campo nell’amichevole di Barcellona, scelta tecnica di Fabregas, è stata vista come un segnale inequivocabile. Per molti, è stato l’inizio della fine.
Nel calcio moderno, dove il turnover è veloce e la visibilità spesso conta più dell’appartenenza, figure come Gabrielloni rappresentano un’eccezione. Come lo era anche Cutrone, altro volto caro al pubblico comasco. Per una parte della tifoseria, questi giocatori non sono solo professionisti: sono emblemi di un calcio romantico, che ancora sa emozionare.
Il dibattito che aprono quest’oggi i colleghi de La Provincia sulle proprie pagine è su chi meriti davvero lo status di “bandiera” nel Como è ancora aperto. Alcuni nomi sono ormai scolpiti nella memoria collettiva: Ardito, Gattuso, Borgonovo, Correnti. A questi si aggiungono figure come Melgrati, Meroni e Ballarini, riconosciuti per la loro lealtà e il contributo al club. Altri, come Scanziani, Fontolan, Cecconi, Vecchi, e il più noto Zambrotta, hanno lasciato il segno anche in brevi parentesi.
Gabrielloni entra di diritto in questa galleria di volti che hanno fatto la storia del Como. La sua storia, umile e determinata, è il tipo di narrazione che alimenta la passione dei tifosi, al di là dei risultati. In un’epoca in cui il calcio rischia di perdere il contatto con le sue radici popolari, esempi come il suo assumono un valore ancora maggiore.
Resta da chiedersi se e quando un altro giocatore riuscirà a raccogliere questo testimone. La sensazione è che bandiere così siano sempre più rare. E che, per molti, Alessandro Gabrielloni resterà un punto di riferimento, non solo sportivo, ma anche umano.

