Partiamo da un presupposto: quando qualcuno muore, fare un minuto di silenzio sui campi di Serie A non risolve nulla e non allevia il dispiacere, tanto meno il dolore dei cari. Però è un riconoscimento, basato sul merito. E diventa anche l’occasione per avvicinare il grande pubblico alle istituzioni del pallone, unendo tutti nel ricordo di chi è deceduto.
In questo senso fa particolarmente male il mancato minuto di silenzio per Bruno Pizzul. Dai, è una roba inspiegabile. La scomparsa dello storico telecronista ha unito tutti, ma proprio tutti gli appassionati di calcio dai 30 anni in su. Chi non se lo ricorda, Bruno? Ci ha accompagnato per decenni. La Nazionale e la sua voce andavano di pari passo come l’automobile e i suoi pneumatici. E per di più umanamente tutti ne parlano bene. Se non facciamo un minuto di silenzio per lui, per chi lo facciamo?
Vogliamo dire la verità? C’è stato un periodo in cui ogni settimana c’era un minuto di silenzio in memoria di qualcuno che spesso manco conoscevamo. E’ bruttissimo fare paragoni tra persone che non ci sono più e ci scusiamo, però insomma, ricordiamo il minuto di raccoglimento per Franco Chimenti, oppure per le vittime della strage sulla funivia per il Mottarone, o ancora per le vittime di un incidente sul lavoro a Firenze. Bene. Però poi perdiamo l’occasione per omaggiare Pizzul, una figura che il 90% di noi ricorderà anche nel 2060.
Ai microfoni di monza-news.it ha parlato il nipote di Bruno, Paolo: “Noi in famiglia non ne abbiamo parlato, certo è che ci avrebbe fatto piacere un ricordo così importante”. Ma andava fatto non solo per i familiari. Anche per tutti noi. Per trovare momenti di comunione e condivisione. Per guardare negli occhi i vicini di seggiolino con la consapevolezza che anche loro sono cresciuti con le telecronache di Pizzul. E invece questo calcio continua ad allontanarsi sempre di più dai tifosi, dalle persone, dal mondo vero. Lo si vede anche da queste piccole, grandi cose. Se decreti il minuto di silenzio per uno sconosciuto e non per un monumento del calcio italiano, vuol dire che proprio non hai idea – o non vuoi averla – di ciò che ha a cuore la gente.

