Silvano Fontolan: «Questo Como mi diverte, ma come è difficile trovare i biglietti al Sinigaglia»

Il doppio ex di Inter-Como ripercorre aneddoti, promozioni, errori medici e scelte di carriera che hanno segnato la sua storia.

Sabato si giocherà Inter-Como e tra i protagonisti che hanno vestito entrambe le maglie c’è Silvano Fontolan (nella foto durante una partita di beneficenza per la ricerca sulla SLA denominata “Tutti per Stefano Borgonovo, Ndr), figura storica del club lariano e legato anche ai colori nerazzurri, seppur per una sola stagione. I colleghi de La Provincia lo hanno intervistato in vista della sfida a “San Siro”, occasione per riavvolgere una carriera piena di incastri sorprendenti.

La vita di oggi

«Come va? Come deve andare… sono un po’ vecchietto», racconta sorridendo. Vive tra casa, famiglia e qualche uscita con ex compagni, momenti che definisce «belli ma anche un po’ malinconici». Ricorda l’invito dell’amico ed ex collega Volpi per Inter-Como, appuntamento che non riuscì a rispettare. «In primavera mi dedico alla bici e al giardinaggio». Ma non solo perché Fontolan si occupa anche di piccole manutenzioni e, infatti, afferma come il suo garage sia pieno di attrezzi che servono allo scopo.

L’arrivo al Como

Era il 1974, lui aveva 19 anni e giocava a Garbagnate Milanese. «Non so come successe… un osservatore mi vide e mi portarono a Como». Da lì iniziò tutto. Il primo vero anno in prima squadra arrivò la promozione in A. «Marchioro in panchina, Tardelli in campo… e la vittoria decisiva sul Verona, che poi sarebbe diventato un pezzo importante della mia carriera».

Gli incroci allenatori e giocatori

Le coincidenze non mancarono. «Marchioro mi allenò due volte, Bersellini mi seguì tanto e fu lui a volermi all’Inter. Bagnoli lo ebbi a Como e poi a Verona. Le opportunità migliori sono nate tutte lì».

Tra i giocatori incontrati, uno spicca: Vierchowod. «Il più forte con cui abbia mai giocato: velocità e potenza incredibili».

Le due promozioni a confronto

«La differenza? Nella prima non avevo i baffi e nella seconda sì», scherza, spiegando l’origine della scelta. Tecnicamente, la distinzione era un’altra: «Nel ’75 ero un ragazzo che ascoltava tutti. Nel 1980 ero più maturo, più sicuro… sono diventato anche capitano».

La stagione all’Inter e “l’effetto San Siro

Arrivò all’Inter per volere di Bersellini. «Ero convinto di poter essere protagonista, ma giocai solo 14 partite. Chiesi di tornare a Como». In quelle gare c’è il derby del 2-2, deciso da due tiri da fuori di De Vecchi. «Una beffa».

E poi non può mancare un ricordo dello stadio San Siro con il suo incredibile “muro di gente” come lo definisce lui: «Quel muro di gente può intimorirti. Io ci ho anche segnato: testa contro Albertosi in un Milan-Como 2-2». E aggiunge, ironico: «Forse i troppi colpi di testa spiegano perché oggi non ricordo molte cose… il pallone pesava come un sasso».

Il mancato trasferimento al Bari e “il menisco sbagliato

«Quando dissi a mio padre quanto avrei guadagnato, esplose: “Io devo lavorare dieci anni per prendere quei soldi!”… per poco non mi ammazza», ride. «Ma io non volevo andare al Bari, volevo restare qui».

Racconta poi un clamoroso errore quando lo operarono al ginocchio: «Mi tolsero il menisco sbagliato… appena sceso dal letto mi faceva male come prima». Oggi quel ginocchio gli dà ancora problemi: «Dicono che dovrei mettere la protesi, ma non è un’idea che mi entusiasma».

Como e Verona nel cuore

«È difficile trovare biglietti per assistere alle partite di oggi al Sinigaglia, non chiedo favori. Sono stato alla partita con il Verona: il Como diverte». Con il Verona ha vinto uno scudetto storico: «La mia foto è ancora allo stadio».

Il fratello Davide

«Il Fontolino della Gialappa’s? Sì… lui è estroverso. Io sono più serio, quel personaggio su di me non sarebbe esistito. Lui all’Inter ha fatto meglio: cinque stagioni. Era attaccante, rimani più facilmente impresso». I due sono nati lo stesso giorno, il 24 febbraio: «Ai miei 70 anni abbiamo festeggiato entrambi».

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