Il calcio moderno ci costringe a dare valore anche a cose apparentemente normali e ad esserne grati. Per esempio, con questi chiari di luna caratterizzati da terze maglie ostentate anche in fondamentali partite di Champions, colpisce vedere il nostro Como giocare cinque partite di fila (Lecce, Lazio, Milan, Udinese e Atalanta) con la bellissima prima maglia blu reale. Aggiungiamo che in tutte le partite giocate finora in casa l’abbiamo usata.
Non sappiamo da chi dipenda, ma gli diciamo grazie. Perché capita piuttosto frequentemente che in Serie A, o anche in Champions, sia la squadra che gioca in casa che quella in trasferta diano vita a fantasie cromatiche che nulla c’entrano con la tradizione. Forse finalmente qualcuno sta aprendo gli occhi e sta capendo che anche ai fini del marketing una squadra di calcio deve essere riconoscibile e quando possibile deve usare i suoi colori. Chi accende la tv non può chiedersi: “Ma chi sono loro e chi siamo noi?”, neanche per un secondo. L’identità di un club è strettamente collegata ai suoi colori: la seconda maglia, per noi, va usata quando serve; la terza fa storcere il naso se viene usata più di una volta l’anno. Che poi… Ma chi se le compra, ‘ste terze maglie? Se si mette il pigiamino variopinto una volta in più, è maggiore il guadagno in termini di vendite o la perdita in termini di marchio irriconoscibile? (Una precisazione: questo discorso vale per tutte le altre squadre, ma visto che tutti i ricavi della divisa nera del Como vanno in beneficenza, chi può la compri!)
Citiamo un recente articolo di Contrasti sul tema: “Quale epica si può celare dietro un condottiero che cambia arme ad ogni duello? Nel contesto della battaglia simbolica rappresentata dal calcio, le terze maglie indeboliscono quel legame viscerale tra squadra e tifosi. Il Milan in verde bottiglia, il Napoli in camouflage militare, il fluorescente dell’Inter: tutti effetti pittoreschi più o meno stravaganti, capaci di fare letteralmente la pelle alla tradizione di un club come si fa coi maiali dopo che li si hanno sbudellati“. Ecco, a Como sembra che l’abbiano capito bene. Bravi!


