Cesare Ambrosini: “Il mio Como, le botte di Corda e la Sardegna nel cuore”

L’ex capitano biancoblù ripercorre sette stagioni tra sacrifici, aneddoti e sogni futuri: “Gioco ancora, ma ora aiuto i giovani come procuratore”

Sette anni di Como non si dimenticano, soprattutto se a viverli è stato uno dei simboli della rinascita biancoblù. Cesare Ambrosini, ex difensore e capitano lariano, oggi in forza all’Alta Brianza, ha raccontato in una lunga intervista a La Provincia i momenti più intensi della sua carriera, tra ricordi, cadute e ripartenze.

«Gioco nell’Alta Brianza del mio amico Ardito – ha spiegato Ambrosinie ho iniziato a lavorare come procuratore con l’agenzia di Firmani. Lavoriamo anche con l’Arabia Saudita e seguiamo calciatori di Serie A e B come Paleari del Torino, un esempio di quanto il calcio sia imprevedibile: un tempo sottovalutato, oggi conteso da tutti».

Laureato in Scienze Motorie, Ambrosini ha anche insegnato in un istituto di Lenno: «Esperienza utilissima. I giovani di oggi sono diversi da noi, più aperti, più multitasking. Hanno però un rapporto distorto con il denaro: troppo spesso viene considerato l’unico obiettivo».

Il suo legame con il Como nasce da bambino: «Avevo sette anni, giocavo all’oratorio di Erba e mi presero dopo un provino. Da lì, tutto il percorso fino alla prima squadra». Tra i ricordi più forti, Stefano Borgonovo: «Avevo otto anni, ma me lo ricordo come fosse ieri. Era una scintilla di umanità e gioia».

Dopo gli anni della scalata di Preziosi, Ambrosini esordì tra i professionisti nel 2008 con Ninni Corda: «Allenamenti durissimi, un carattere di ferro. Ricordo che mi fece allenare in mutande sulla neve perché riteneva la tuta da fighetti».

Gli anni successivi portarono glorie e delusioni: la promozione in Serie B nel 2015 e l’indimenticabile episodio del match contro il Mantova, quando una contestazione dei tifosi lo travolse. «Fui accusato di turbativa, poi assolto. Ma fu un periodo difficile».

La Serie B fu un sogno e una sofferenza insieme: «Giocai tanto, ma la squadra era un via vai continuo di giocatori. Avevamo Barella, Pessina, Bessa, Basha e Ganz: retrocedere fu un delitto».

Il suo legame con alcuni compagni resta forte: «Barella era un fuoriclasse, Pessina un esempio di intelligenza e dedizione. Due futuri campioni d’Europa».

Capitano del Como, Ambrosini conserva orgoglio e riconoscenza: «La fascia me la diede Ardito. Ho sempre ammirato Nesta e Maldini, ho cercato di avere quella stessa leadership». Dopo il fallimento del club nel 2017, lasciò la squadra tra le lacrime: «Era diventata casa mia. Ho pianto per due ore in hotel quando ho deciso di andarmene».

Oggi il calcio resta la sua vita, ma in un’altra forma: «All’Alta Brianza c’è amicizia, serenità e ancora voglia di giocare. Qui ho il mio testimone di nozze e Ardito, uno dei miei migliori amici. Cosa potrei volere di più?».

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4 mesi fa

Pessina arrivò dopo

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