Di solito le interviste ai doppi ex si vedono prima delle partite interessate. Noi siamo un po’ matti e ve la proponiamo dopo. Luca Saudati, ex bandiera dell’Empoli, 27 gol in A in carriera, ha giocato anche nel Como nella stagione 1998-99: giovanissimo, raggiunse la doppia cifra in coppia con Tommaso Rocchi. Ora ha 47 anni e l’abbiamo sentito in esclusiva: ecco cosa ci ha raccontato.
Luca, innanzitutto ti chiedo cosa stai facendo ora
“In passato ho collaborato con la Fiorentina, ma ho preferito staccarmi dalle realtà professionistiche. Vivo ancora a Firenze, ma ora do una mano con dei progetti legati al calcio che coinvolgono persone di tutte le età. Per esempio organizziamo viaggi in Italia e anche all’estero”.
Ma la Serie A la segui ancora. Del Como cosa pensi?
“Lo sto seguendo con piacere perché ho bellissimi ricordi del mio anno lì e mi fa piacere che sia arrivata una proprietà importante e pronta ad investire. In più c’è un allenatore preparato”.
A proposito di Fabregas, se ne sta parlando tanto. Secondo te troppo? Cioè, lo stiamo un po’ montando troppo presto oppure è davvero un predestinato?
“Guarda, non lo so, ti dico che secondo me in generale anche gli allenatori devono fare la gavetta. E in questo caso credo che a Fabregas farebbe bene continuare il suo percorso a Como e aprire un ciclo. Anche perché quando vai ad allenare in una grande cambia tutto e il rischio di fallire è alto, vedi Thiago Motta”.
Il Como è salvo? Tra l’altro sta facendo la corsa proprio sull’Empoli, squadra che ti ha reso grande
“Ma sì, credo non ci siano problemi. C’è una rosa di livello, c’è entusiasmo. Ormai l’obiettivo è raggiunto e credo si possa già iniziare a mettere le basi per la prossima stagione. Per il terzultimo posto vedo una lotta a tre tra Empoli, Parma e Lecce, con l’Empoli che sta pagando questa striscia di partite senza vittorie”.
Ti è mai capitato di giocare in squadre che si facevano spesso rimontare? È solo una questione di esperienza da acquisire o si potrebbe fare qualcosa già ora?
“Può succedere. Parliamo di un campionato in cui puoi trovarti di fronte un grande campione che ti fa una giocata e risolve la partita. Invece quando si prendono quei gol dove il reparto non lavora bene, si può lavorare individualmente o a livello collettivo. Può essere una questione di atteggiamento. In Serie A ogni palla, ogni dettaglio, ogni atteggiamento può fare la differenza e sicuramente la squadra dovrebbe essere più concentrata”.
Tu eri un centravanti alto ma anche veloce e tecnico: ti saresti visto in questo Como, che alle punte chiede un lavoro piuttosto particolare?
“Dipende, dipende dal gioco e dalle richieste dell’allenatore. A me piaceva andare in verticale e cercare la profondità. Il gioco moderno è caratterizzato invece dall’ampiezza e dal gioco orizzontale, anche se io per esempio amavo il Liverpool di Klopp proprio perché andava subito a cercare gli attaccanti sulla corsa. Diciamo che anche all’attaccante serve un compromesso per essere efficace, un gioco né troppo orizzontale né troppo verticale, ovviamente a seconda anche del momento della partita e di come sono disposti gli avversari. Dopodiché quando una squadra gioca bene, l’attaccante prima o poi riesce ad essere determinante”.
Attaccante come te, cresciuto nel Milan come te, transitato da Empoli come te: Cutrone ti piace?
“Sì, mi piace, sono milanista e quindi lo seguivo già nel periodo rossonero. Mi dispiace che abbia avuto qualche parentesi poco felice ma credo sia un giocatore veramente bravo e sono contento che si sia rilanciato a Como”.

Tu a Como andasti in doppia cifra nella stagione 98-99 in C1, con semifinale playoff persa con la Pistoiese. Sembrava dovessi rimanere in prestito anche l’anno dopo, ma a stagione appena iniziata andasti via, in B all’Empoli. Cosa successe?
“Niente, a Como mi trovavo benissimo, un anno importante per la mia carriera in un gruppo di amici, davvero. Però onestamente chiesi io di partire. Un po’ per salire di categoria, un po’ perché volevo fare un’esperienza diversa e fuori dalla Lombardia, visto che fin lì avevo giocato con Milan, Monza, Lecco e Como. Il presidente Preziosi accettò di liberarmi e lo apprezzai tanto, infatti siamo rimasti in ottimi rapporti. Per fortuna a Empoli andò benissimo”.
Tra l’altro hai giocato la tua ultima partita in carriera al Sinigaglia, quando vestivi la maglia dello Spezia.
“Sì, è vero, chiudendo dove avevo iniziato. Avevo solo 33 anni ma purtroppo avevo subìto un brutto infortunio stando fermo quasi due anni, avevo perso in velocità e il mio gioco era cambiato. Non mi rivedevo più, non riuscivo a rendere come prima e non volevo rimanere attaccato ai soldi, quindi decisi di smettere a stagione in corso”.
E a proposito di Sinigaglia, tu hai giocato a Como, a Empoli e vivi a Firenze: tutte città alle prese col rifacimento dello stadio. Al netto delle solite frasi del tipo “bisogna svecchiare gli stadi”, tu che ne pensi dei problemi che spesso incontrano questi progetti? A Como c’è grande polemica.
“Guarda, qui a Firenze Commisso ha fatto un centro sportivo che è un fiore all’occhiello anche all’estero, recentemente ho portato anche un gruppo americano a vederlo, però non gli hanno fatto fare lo stadio. La trovo una cosa non bella. In Italia c’è troppa burocrazia e anche troppi interessi. Quando c’è qualcuno che vuole investire in uno stadio moderno e all’avanguardia, creando anche un valore aggiunto per la città, bisogna sedersi a un tavolo e trovare una soluzione nell’interesse di tutti. Invece c’è un po’ la cultura del non fare, invece che la cultura del fare. Serve modernizzarsi”.

