Gigi Meroni continua a vivere nel cuore dei tifosi e, da oggi, anche tra le pareti del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata, grazie al gesto colmo di emozione e memoria della sua compagna Kristiane Uderstadt. A 58 anni esatti dalla tragica scomparsa del campione comasco, investito il 15 ottobre 1967 nei pressi dello stadio, Kristiane ha donato un autoritratto dell’ex numero sette granata, opera realizzata dal comasco ed ex lariano Meroni stesso, artista e calciatore anticonformista, che nella Torino degli anni Sessanta aveva trovato la sua dimensione ideale.
“Mi ha accompagnato dai miei 23 anni fino ad oggi”, ha scritto Kristiane in una lettera pubblica riportata da La Provincia, “è sempre stato con me come un riflesso vivo del nostro amore interrotto troppo presto”. Un dono difficile da separare, ma che oggi, come spiega lei stessa, trova la sua giusta collocazione: “Lo faccio con la certezza che rimarrà nel posto migliore, custodito da chi più lo ha amato: i tifosi”.
“Finché qualcuno si fermerà davanti a lui per pensare a Gigi, lui resterà vivo”, ha aggiunto, spiegando come l’autoritratto non debba essere solo un ricordo personale, ma una memoria condivisa, da ammirare e amare, così che la figura e l’arte di Meroni possano continuare a illuminare il cuore granata.
Intervistata anche da La Stampa di Torino, Kristiane ha raccontato il suo legame con quell’opera: “È il quadro cui tengo di più, ma l’ho fatto con il cuore. Nella casa del Toro ogni tifoso può andare a vederlo”, sottolineando come il dolore per quella perdita non si sia mai affievolito: “La mia vita è stata una sofferenza unica dopo quel giorno”.
Nel ricordo della sera dell’incidente, la testimonianza si fa struggente: “Me lo sono trovato a terra per strada. Non erano sicuri fosse lui, si era tagliato un po’ barba e baffi: l’ho riconosciuto subito”. Un’immagine nitida, indelebile, di un amore travolto dal destino. “Non so come abbia fatto il mio cuore a reggere”, ha confessato, svelando anche i dettagli più teneri del loro quotidiano: “Mi piaceva tutto di lui, anche la sua gallina, che però mi odiava”.
Gigi Meroni era un simbolo di libertà e fantasia, dentro e fuori dal campo. In un’Italia ancora rigida, bigotta e poco incline alle provocazioni culturali e sentimentali, la sua storia d’amore con Kristiane – sposata con un altro uomo all’epoca – fece scandalo. “La fortuna nostra è stata che tutti i giocatori ci hanno aiutato, compreso l’allenatore Rocco”, ha ricordato, aggiungendo con un sorriso: “In ritiro mi presentò come sua sorella. ‘Strano, siete così diversi’, disse Rocco, che aveva già capito tutto”.
La Torino degli anni Sessanta, la mansarda in cui vivevano, il gruppo affiatato del Toro: “Erano gli anni più belli”, dice Kristiane. Anche il rifiuto di andare alla Juventus, dopo una trattativa poi sfumata, conferma l’attaccamento di Meroni ai colori granata. “Quando l’avevano venduto alla Juve scoppiò una rivoluzione in città”, ricorda, “era felice lì, in quel gruppo”.
Dal campo alla memoria collettiva, Meroni è rimasto una figura senza tempo. Mai visto incavolato, neppure quando il ct Fabbri non lo fece giocare contro la Corea, chiedendogli di tagliarsi i capelli: una richiesta respinta con ironia. E oggi, chi può ricordarlo sul campo? “Forse Kvaratskhelia, per estro e libertà”, suggerisce Kristiane.
Il suo nome ancora campeggia negli striscioni e nei cori, e anche dove non era citato, come nella canzone di De Gregori La leva calcistica della classe ’68, quel numero sette per tanti era – e resta – Gigi Meroni.

