Il treno della salvezza, 1988: il sindaco Simone e l’anima popolare del Como

L'ex primo cittadino Sergio Simone ricorda la storica trasferta a Verona, i legami con il calcio lariano e l’evoluzione della tifoseria: “Lo stadio? È giusto tenerlo dov’è, ma servono equilibri tra investitori e comunità”

8 maggio 1988, penultima giornata di campionato. Il Como di Tarcisio Burgnich si gioca una fetta di salvezza a Verona. Una partita cruciale, tanto sul campo quanto sugli spalti. Quel giorno partì il “Treno della salvezza”, un convoglio carico di 1100 tifosi azzurri, destinato a rimanere nella memoria collettiva. A bordo anche Sergio Simone, allora sindaco socialista della città (1985-1988), la cui presenza segnò un momento emblematico per il rapporto tra istituzioni e sport.

Un treno storico, tra entusiasmo e partecipazione popolare

Simone, intervistato oggi dai colleghi de La Provincia, rievoca con emozione quella giornata: «C’era un clima bellissimo, di festa e condivisione. Mi intervistò anche Nino Balducci. Era tutto molto pacifico, positivo». Salito sul treno tra i tifosi, senza distinzioni, rivendica con orgoglio il suo essere da sempre un supporter del Como: «Lo stadio per me era casa. Mio figlio stava nella Fossa Lariana, per me era naturale stare lì».

Il viaggio durò circa due ore, con tanto di partita a scopa tra passeggeri. All’arrivo a Verona, Simone si spostò in tribuna per incontrare le autorità locali. Ma il risultato fu ciò che contava: 1-0 per il Como, gol di Giunta. La salvezza era praticamente fatta. «Tornai in auto, ma con il cuore pieno di gioia».

Tra Maradona, Tempestilli e Craxi: i ricordi di una vita

Simone si definisce un testimone privilegiato di epoche calcistiche e sociali molto diverse. Ricorda bene l’epoca d’oro del Como, le sue prime partite a fine Anni ’50, le trasferte, gli episodi istituzionali e le amicizie nate nel calcio. Come quella con Tempestilli, o l’intimità con Luca Fusi, legato anche per ragioni familiari e politiche.

Aneddoti non mancano: da Craxi che lo avvisa del suo arrivo allo stadio, a Ottavio Bianchi che chiedeva di irrigare il campo in precisi momenti per testare i tacchetti. O quella volta in cui si infuriò per un rigore “inventato” da Maradona. E ancora: «A San Siro ero accanto a Tognoli, sindaco di Milano. Io arrabbiato per l’arbitro, lui mi disse: “Tanto sono interista».

Il progetto Lazzago e lo stadio di oggi

Lo stadio è un tema che sta molto a cuore a Simone. Racconta di un progetto ideato con l’assessore Meda per portare lo stadio nella piana di Lazzago, mai approdato in consiglio. Una proposta poi superata da una consapevolezza diversa: «Oggi credo che sia giusto lasciarlo dov’è. È un momento di aggregazione che si rinnova ogni quindici giorni. Un peccato interromperlo».

Ma avverte: «Serve equilibrio tra benefici per chi investe e per la collettività. Lo stadio deve essere anche un luogo di crescita sociale, non solo commerciale».

Una comunità che cambia

Simone ha vissuto il Como sia da primo cittadino che da semplice tifoso. E nota le differenze: «Un tempo ci conoscevamo tutti. Frequentavo il bar Pucci, era una comunità chiusa ma compatta. Oggi è cambiata: ci sono più giovani, più donne, un ambiente più aperto, vario, cosmopolita». Un cambiamento che vede con favore, in linea con i tempi e con il respiro sempre più ampio che ha preso la società lariana.

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