Massimo Fusi ĆØ un tifoso del Como “DOC“ con una carriera lunga cinquantacinque anni, fatta di curve, trasferte e una dedizione senza pari per la sua squadra del cuore. Ha iniziato a tifare per il Como nei primi anni ’70, quando da ragazzino assisteva alle partite in curva con papĆ e zio, per poi diventare presidente del Centro Coordinamento e infine trascinatore del Como Club Albavilla. Fusi ha rilasciato una bellissima intervista ai colleghi de La Provincia, ecco un estratto delle sue parole.
La prima volta al Sinigaglia
Massimo racconta di aver visto per la prima volta il Como attorno al 1970 quando, a soli 10 anni, andò allo stadio con suo zio dopo che sua mamma era stata male. “In curva, la curva dei matti” ĆØ come definisce quei primi anni di tifo, quando il tifo era più selvaggio e meno organizzato. Con il tempo, però, iniziò a frequentare la Monumento, la zona del Sinigaglia dove si radunavano i Panthers, il gruppo ultrĆ più famoso della storia del Como.
Ricordi di un altro stadio
Per Fusi, il Sinigaglia non ĆØ solo un luogo di sport, ma un simbolo di un’epoca. Tra le storie più incredibili che racconta ci sono quelle degli anni ’70, come quella di Como-Juve del 1975-76, quando il Sinigaglia era un vero e proprio ācaosā e i tifosi si mescolavano liberamente, senza la separazione che cāĆØ oggi tra le curve. Massimo ricorda anche la pista di ciclismo intorno al campo, che dava uno scenario ancora più particolare alla scena.
Le prime trasferte
La prima trasferta di Massimo ĆØ stata a Verona. Un viaggio che, a causa dei tafferugli che avevano caratterizzato lāanno precedente, si trasformò in un vero e proprio trauma. “Aggressione al Bentegodi” e un cammino a piedi lungo tra gli scontri, che lasceranno in lui il segno, ma che non lo fermeranno mai. “Lāemozione, la gioia dello stadio, lāamore per i colori azzurri… hanno avuto la meglio”, racconta.
Una lunga carriera nel Centro Coordinamento
Nel tempo, Massimo si avvicina sempre più al mondo organizzato del tifo, entrando nel Centro Coordinamento dei tifosi. Non solo un gruppo che coordinava altre realtà locali, ma una vera e propria istituzione che si occupava di tutto: dal supporto ai club, alla gestione delle trasferte, fino alle coreografie. Tra le sue storie più memorabili, Fusi racconta il famoso episodio di Como-Milan 1981-82, quando il Centro Coordinamento si occupò di nascondere Gianni Rivera dai tifosi rossoneri in arrivo al Sinigaglia, evitando una contestazione.
Lāimpegno come presidente
La sua passione per il Como lo porta a diventare prima segretario, e poi presidente del Centro Coordinamento, carica che ricopre per tanti anni. Fusi descrive quel periodo come un lavoro a tempo pieno, fatto di passione, organizzazione e impegno per mantenere viva lāanima del tifo lariano. La gestione della tifoseria avversaria, lāassistenza per le trasferte e la preparazione delle coreografie sono solo alcuni dei compiti che ha svolto per anni.
I momenti più emozionanti
I ricordi più belli per Massimo non sono solo quelli legati alla Curva, ma anche quelli delle feste e dei pranzi al Centro Coordinamento. Fusi racconta di tavolate allegre con giocatori, dirigenti e tifosi che si trovavano insieme prima delle partite, di pranzi cucinati con amore e di momenti di pura festa. “Unāepoca meravigliosa”, la definisce, che ha avuto il suo culmine con le coreografie legendarie organizzate per il Como-Lazio del 1985.
I personaggi che hanno segnato la sua carriera
Nel corso degli anni, Massimo ha conosciuto molti giocatori e dirigenti che sono passati dal Sinigaglia, ma per lui Mario Beretta è stato il più grande di tutti. Fusi ricorda il suo modo di vivere il Como con una passione unica, che arrivava quasi a commuoverlo. Borgonovo, con la sua forza e la sua storia, ha lasciato un segno indelebile. Tra gli altri personaggi, non manca una riflessione su Preziosi, il presidente che ha esaltato la gente, e Cecconi, a cui il Centro Coordinamento ha dedicato un bandierone con la sua faccia.
Il tifo di oggi
Oggi, Massimo non nasconde un pizzico di malinconia per come sono cambiati i tempi. “Mi spiace che non c’ĆØ più il senso di famiglia che c’era ai nostri tempi”, dice, ricordando il rapporto diretto e familiare tra tifosi, squadra e cittĆ . Oggi tutto sembra più formale, meno accessibile, ma Massimo non perde mai la speranza che il “fiume di gente che va verso lo stadio” possa tornare a regalare le stesse emozioni di un tempo.

