Sessantatré anni di amore incondizionato per il Como, raccontati con la passione e la lucidità di chi ha vissuto ogni tappa, ogni svolta, ogni emozione. È la storia di Aldo Lupi, originario di Civitavecchia, ma comasco d’adozione, ospite dei colleghi de La Provincia per una lunga intervista che è diventata un viaggio nella memoria del calcio e della vita.
Tutto comincia nel marzo del 1963, quando un diciannovenne appena trasferitosi a Como per motivi familiari entra casualmente al Sinigaglia per assistere a Como-Lazio. «Tifavo Lazio, ma uscii dallo stadio tifoso del Como», racconta Lupi, che da allora non ha mai smesso di seguire i biancoblù. Quella giornata fu decisiva non solo per la scoperta della squadra, ma anche per la consapevolezza che il sogno di diventare calciatore doveva cedere il passo a un’altra passione: quella per il tifo vero.
Oggi siede in tribuna, fila 6, un tempo era alla 13, circondato da amici che nel tempo sono diventati famiglia. Molti di quei compagni di stadio non ci sono più, altri hanno smesso di andare, ma Aldo resiste, con il suo entusiasmo immutato e i suoi ricordi intatti.
Il suo racconto è un mosaico di aneddoti e personaggi che hanno segnato la storia del Como e del calcio italiano. Dall’amicizia con Correnti, che portò l’intera squadra a vedere una sua partita amatoriale, a Marchioro, che lo volle in pullman per una trasferta a Trieste con il compito – fallito – di tenere alto il morale parlando di cultura. E poi Pancheri, protagonista di uno scherzo di Carnevale indimenticabile, Hansi Müller, ospite abituale a casa Lupi, e Zambrotta, scoperto da Aldo in Primavera e “spinto” verso la prima squadra.
“Tante amicizie, tanti pranzi, tante trasferte”: dal ristorante Palma con Bersellini e Didonè, all’ingresso in società nel 1994-95, quando scoprì il futuro campione del mondo Zambrotta. La passione non si è mai spenta, nemmeno durante le immersioni subacquee dall’altra parte del mondo, da cui emergeva in tempo per chiamare Porro o Zerboni e conoscere il risultato del Como.
Tra i ricordi più vivi, la leggendaria vittoria contro il Milan a San Siro sotto la neve, quando la moglie era in travaglio e lui rischiò di non arrivare in tempo in ospedale. «Quando nacque mia figlia, alla suora dissi: o Bruno o Matteoli», scherza, ricordando i marcatori di quel giorno storico.
Ma il Como più forte di sempre, secondo Aldo, è quello di oggi. Quello che ha battuto la Lazio ancora una volta, completando un cerchio iniziato nel lontano 1963. Una squadra capace di cambiare il clima allo stadio, di far sparire i “mai cuntent”, di unire una città storicamente difficile da entusiasmare.
Eppure, il “suo” Como resta quello della promozione in Serie A del 1980, quello che definisce “più familiare, più umano”, dove i giocatori erano amici e tutto sembrava possibile. La nostalgia si alterna alla fiducia nel presente, con un’attenzione particolare anche per Fabregas, apprezzato come tecnico, ma invitato a moderare certi atteggiamenti. «Deve stare attento, a volte esagera», dice senza giri di parole.
Il sogno di un nuovo stadio è ancora lì, vivo come la speranza di veder decollare definitivamente il progetto biancoblù. «O adesso o mai più», avverte Lupi, che intanto si prepara alla prossima cena con Gattei, a cui porterà l’olio della sua terra, “che batte tutti, non c’è partita”.
Una vita con il Como, una passione che non si è mai interrotta. E che continuerà, sempre dalla tribuna del Sinigaglia, con gli occhi di chi ha visto tutto, e il cuore di chi ama ancora come il primo giorno.



Che grande personaggio…..ci stava anche una sua foto però.