Bella e lunga intervista condotta dai colleghi di Calcio&Finanza al Presidente del Como Mirwan Suwarso in cui l’uomo scelto dai Fratelli Hartono, plurimiliardari padroni del club biancoblu con un patrimonio stimato da Forbes in oltre 50 miliardi di dollari, ha spiegato le strategie del proprio Calcio Como 1907 e svelato alcuni interessanti retroscena. Eccone un estratto.
PERCHE’ COMO E IL COMO – «Stavamo cercando un progetto per un programma televisivo. All’epoca gestivo una stazione televisiva in Indonesia e volevamo creare un programma TV che fosse una sorta di documentario sul calcio. L’Italia è sempre stata qualcosa che piaceva alla gente. In quel periodo pensavamo che fosse un tema familiare per il pubblico, grazie alla Serie A e a tutto ciò che la riguardava, perché negli anni ’90 la Serie A era molto popolare in Indonesia, quindi sarebbe stata una buona storia da raccontare. Como è stato un caso. Stavamo cercando città vicine a Milano per motivi logistici, in modo da facilitare le riprese, ma allo stesso tempo non volevamo investire in città enormi quali Roma o simili».
TRASFORMARE IL CALCIO IN VERO E PROPRIO BUSINESS – «Per noi è davvero importante trovare un modo per trasformare il calcio in un vero e proprio business. Il calcio è il catalizzatore, la porta d’ingresso, ma alla fine dobbiamo creare un ecosistema che possa sostenere l’attività calcistica. Quindi, dobbiamo rendere tutto sostenibile. Un club di calcio in una città di 85.000 abitanti ha enormi difficoltà a diventare sostenibile solo con il calcio, ma siamo molto fortunati a trovarci in un luogo in cui la città stessa è un brand: il Lago di Como è un marchio globale. Sarebbe sciocco da parte nostra non sfruttare questa opportunità, inserendo il calcio come parte dell’ecosistema, non al centro di esso, ma come un elemento integrante. Possiamo usare il calcio per aumentare la nostra visibilità e, allo stesso tempo, capitalizzare il brand del Lago di Como, creando attività che partano dal club ma si espandano al marchio Como nel suo complesso».
LA PARTICOLARITA’ – «La nostra particolarità è il modo in cui colleghiamo l’esperienza calcistica con il turismo del Lago di Como, creando un connubio unico. Poi abbiamo le scuole e l’academy, non intesa solo come settore giovanile del club, ma come un’accademia per chi vuole giocare a calcio in estate. Ad esempio provenendo dall’America. I genitori possono andare in vacanza mentre i figli giocano a calcio. Inoltre, stiamo creando un’accademia calcistica attiva tutto l’anno per coloro che vogliono prendere il calcio seriamente, magari ottenendo una borsa di studio universitaria negli Stati Uniti o provando a diventare professionisti. Abbiamo anche una divisione digitale che sta sviluppando un sistema di biglietteria basato su blockchain, che sarà lanciato molto presto. Questa divisione si occupa anche della gestione dei nostri dati, che sono fondamentali per tutte le operazioni calcistiche. Infine, abbiamo una divisione FMCG (beni di largo consumo, ndr), che attualmente include la nostra birra La Comasca. Tutto ruota intorno alla creazione di un ecosistema in cui ogni elemento lavora insieme, ed è così che vediamo il nostro progetto».
IN CASO DI RETROCESSIONE? – «I piani non cambieranno minimamente. Il calcio ha alti e bassi, ma se facciamo bene il nostro lavoro, le persone non potranno più distinguere il Lago di Como dal Como Football Club. Una volta che saranno un’unica cosa, il nostro business sarà meno esposto ai rischi».
IL NUOVO SINIGAGLIA – «Lavoreremo con il Comune. La richiesta è di sviluppare questo progetto, quindi collaboreremo con l’amministrazione per riqualificare lo stadio Sinigaglia. Abbiamo abbastanza spazio qui. La capienza? Non lo so ancora, dipenderà da ciò che le normative ci permetteranno, ma se dovessimo ristrutturarlo, dovrà essere utilizzabile 365 giorni all’anno. Il calcio dovrà essere secondario. Ogni anno ci sono 4,8 milioni di turisti in questa zona e, se si dovesse realizzare questo progetto, credo che il Comune vorrebbe trasformare lo stadio in un centro di aggregazione per la comunità e per i turisti. Per questo motivo, non può essere utilizzato solo per 19 giorni all’anno, ma dovranno essere prese in considerazione soluzioni specifiche».
RAPPORTI CON IL COMUNE – «Siamo a Como, non a Milano o Roma. Non penseremmo di rinnovare lo stadio o a fare cose del genere se la città non ci permettesse di farlo o non collaborasse con noi. Per noi, se avremo un nuovo stadio, benissimo, se non lo avremo, come possiamo creare entrate per migliorare? Abbiamo 4,8 milioni di turisti ogni anno e in crescita; quando sono arrivato per la prima volta erano 1,6 milioni di turisti. Cinque anni dopo sono 4,8 milioni, quindi ci deve essere un modo per generare ricavi da questo incremento di visitatori».
L’ESPERIENZA DELLA FAMIGLIA HARTONO – «Penso che sia più una questione di esperienza. Il gruppo ha esperienza nella costruzione di brand: non ne ha creato solo uno, ma diversi marchi e aziende. Questo è un altro progetto che stiamo sviluppando, e stiamo cercando di farlo crescere molto più rapidamente, perché lo stiamo costruendo da zero e vogliamo portarlo alla redditività entro i prossimi 2-3 anni. Se ci riusciremo, sarà straordinario, perché arrivare alla redditività in 8 anni è un risultato davvero veloce».
VIP COME KEIRA KNIGHTLEY, HUGH GRANT E ANDREW GARFIELD ALLO STADIO – «È una coincidenza, ma è una buona coincidenza per noi. Succede in ogni stadio in Italia, ma forse non è così speciale quando la gente va a San Siro, perché è un posto così importante. Ma questa è Como: quando hai grandi nomi in una piccola città, forse la gente ci fa maggiormente caso. Ma non è qualcosa che cerchiamo di realizzare in modo aggressivo, è qualcosa che succede. Noi non abbiamo fatto nulla, loro vogliono venire soprattutto dopo che leggono di quello che sta facendo Cesc Fabregas. James Righton, il marito di Keira Knightley, è voluto venire a Como perché aveva letto di come Cesc Fàbregas avesse creato un brand calcistico emozionante, quindi voleva vedere tutto con i propri occhi. Da lì, le cose accadono».
L’ESPERIENZA DI HENRY E VARANE – «Molto importante. Ad esempio, Thierry è molto utile nel costruire il brand, anche se si trova negli Stati Uniti o a Londra, ci aiuta sicuramente ad aumentare il nostro profilo. Varane è qui ogni mese, lavora con il nostro team educativo, con il consiglio di educazione, lavora con l’Accademia e si occupa anche del nostro settore digitale. È molto intelligente, credo che sia più intelligente di me».
PIANI A LIVELLO SPORTIVO – «Quello che creiamo è il nostro budget, che dipende da quanto ricavo possiamo generare, quindi non stiamo dicendo “dobbiamo andare in Europa per guadagnare questa cifra”. Al contrario l’idea è: crediamo di poter generare una certa quantità di ricavi, quindi significa che il budget deve essere questo, ed è così che lavoriamo. Non puntiamo a un obiettivo. Cerchiamo di non pensare in questo modo, pensiamo a tutto in termini di redditività: possiamo essere redditizi in 2/3 anni se gestiamo il budget per mantenerlo a questo livello».
FAR CRESCERE I NOSTRI TALENTI – «Per i nostri talenti il piano è ovviamente quello di farli crescere. L’obiettivo è attrarre giovani talentuosi che possano giocare un calcio attraente e che possano aiutare Cesc. La gente dimentica che siamo appena stati promossi e si aspetta che giochiamo davvero bene contro tutte le grandi squadre, ma noi siamo solo all’inizio. Il nostro obiettivo è costruire una squadra attraente, in modo che quando le persone vengano qui si divertano. Se facciamo tutto nel modo giusto, il 60% del nostro nuovo pubblico verrà dai turisti che scoprono improvvisamente che c’è un club di calcio qui. Se vengono a trovarci per la prima volta e giochiamo con una difesa bassa e in modo noioso, non si interesseranno mai a Como. Il nostro obiettivo come azienda è diventare la principale destinazione di turismo calcistico nel mondo. Se vuoi diventare una destinazione premium di turismo calcistico, significa che il calcio deve essere divertente ed entusiasmante».
NICO PAZ – «Non abbiamo intenzione di vendere nessuno dei nostri giocatori, almeno nel prossimo futuro. Forse tra 3/4 anni, perché sarebbe ingenuo non dire che i ricavi dalle cessioni dei giocatori fanno parte del business. E non siamo a corto di soldi, siamo ben supportati. Nei giorni scorsi ad esempio abbiamo fatto un’offerta per uno dei giocatori più importanti di questa lega, ma il club non voleva venderlo, e abbiamo fatto un’offerta per un calciatore anch’egli importanti che il club aveva accettato di venderci, ma il giocatore non voleva venire (secondo indiscrezioni si tratta del terzino del Milan Theo Hernandez, ndr). Non abbiamo paura di fare offerte per i giocatori più importanti, ma dobbiamo assicurarci che si adatti al budget. Siamo in un momento in cui, se lasciassimo che il nostro ego guidasse le nostre decisioni, probabilmente faremo un’offerta per ogni giocatore del mondo, ma non lavoriamo così. Siamo governati dalla nostra forza e ciò significa che i nostri proprietari non ci supporteranno nel darci soldi mentre non stiamo generando entrate costantemente. Dobbiamo iniziare a guadagnare da soli costruendo il business».
CALCIO ITALIANO E FRANCESE SOTTOVALUTATO – «Il calcio italiano è sottovalutato. Anche il calcio francese lo è, ed è molto sottovalutato. Quello che stiamo facendo a Como lo avremmo potuto fare anche a Bordeaux. A seconda di dove vai, la strategia appare diversa. Il calcio italiano, secondo la mia opinione, è uno sport che ha tantissimo margine di crescita, dal punto di vista calcistico, tecnologico e delle trasmissioni. Ci sono molte opportunità, è un prodotto molto forte a livello nazionale, ma forse non altrettanto forte a livello internazionale, il che significa che c’è solo spazio per crescere».




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