Per Marco Tardelli, Como-Juventus non è mai una partita come le altre. È la sfida che racchiude le sue radici, il suo debutto e la consacrazione di un campione diventato simbolo del calcio italiano. A pochi giorni dal big match del “Sinigaglia”, l’ex centrocampista azzurro si è raccontato ai colleghi de La Provincia, intrecciando passato e presente in un’intervista densa di ricordi e significati.
Gli inizi sul lago
Il legame tra Tardelli e Como nasce nel 1974, quando il giovane toscano, timido e lontano da casa, viene accolto dalla coppia Beltrami-Marchioro, protagonisti di un progetto destinato a portare la squadra in Serie A. «All’inizio non fu facile: ero spaesato e mi mancava la mia famiglia. Mi permettevano di tornare a casa dopo le partite per farmi respirare un po’ d’aria di Castelnuovo Garfagnana. Un gesto che mi ha aiutato molto».
Con il tempo, l’ambientamento arriva grazie a Correnti, compagno e mentore: «Mi trattò come un figlio. Mi trasmise serenità e fiducia. Ascoltavamo musica insieme, mi rilassavo. Quella casa fu la mia svolta».
La promozione del 1975 e l’urlo che anticipò la leggenda
Nel 1975 arriva la storica promozione in Serie A. Tardelli, allora terzino fluidificante, fu protagonista anche nella sfida decisiva contro il Verona. «Dovevo marcare Zigoni, ma mi spinsi spesso in avanti. L’assist a Cappellini per il 2-0 resta uno dei ricordi più belli. E quell’esultanza sfrenata? Forse era la prova generale dell’urlo del Mundial».
Quello stadio, il “Sinigaglia”, resta per lui un luogo speciale: «Aveva un’atmosfera unica, il velodromo dava un fascino particolare. Mi ricordo le bandiere, la gente in festa, un’energia incredibile».
L’approdo alla Juventus e la nostalgia di casa
Dopo l’impresa con il Como, Tardelli viene acquistato dalla Juventus, con cui vincerà tutto. «Mi presero per quello che avevo fatto in Lombardia. Alla seconda giornata giocammo proprio Como-Juve, ma io ero in panchina. Entrare di nuovo in quello stadio mi emozionò: provai una grande nostalgia. Quei ragazzi mi accolsero bene, quasi mi incitavano. Era come tornare a casa».
Pur non avendo mai segnato contro la sua ex squadra, il legame non si è mai spezzato: «Forse inconsciamente non volevo farlo. A Como ho lasciato un pezzo di cuore, tanto che dopo la carriera ho deciso di viverci».
Il ritorno da allenatore
Nel 1993 Tardelli torna sul lago, questa volta da tecnico, richiamato ancora da Beltrami e Beretta. «Allenavo le giovanili della Nazionale, e quella fu la mia prima vera panchina. Una stagione indimenticabile: una promozione in Serie B conquistata con un gruppo di ragazzi straordinari».
Un’esperienza che gli permise di trasmettere valori e disciplina. «Gattuso era il mio capitano, silenzioso ma determinato. Vedevo in lui la stessa fame che avevo io da ragazzo».
L’eredità di Como
Tardelli non dimentica la città che lo ha accolto e formato: «Como per me è casa. Mi ha dato tanto, mi ha fatto crescere come uomo e come professionista. Ho avuto qualche contrasto con i tifosi, ma sempre con affetto reciproco. È una piazza vera, con passione».
Un legame che si è consolidato anche grazie alle amicizie nate nel tempo, come quella con Claudio Gentile, comasco d’adozione e compagno di mille battaglie: «Siamo stati testimoni di nozze a vicenda. L’amicizia resta, anche se ci si sente meno».
Il presente e lo sguardo al futuro
Guardando all’attualità, Tardelli riconosce la solidità del nuovo progetto lariano: «Il Como oggi è una società con le idee chiare. Fabregas mi piace: parla dei suoi giocatori, non degli avversari. È pacato, concentrato, un vero uomo di calcio».
Più critico invece sulla trasferta australiana che attende la Serie A: «Non mi entusiasma. Dicono che sarà un’eccezione, ma temo possa diventare un’abitudine. Il calcio è cambiato molto, e non sempre in meglio».
Domenica, al “Sinigaglia”, sarà inevitabilmente la sua partita: il luogo dei sogni e delle prime volte, contro la squadra che lo ha consacrato campione del mondo. «Como-Juve è un pezzo della mia vita. Due maglie che porterò sempre dentro».

