“Prima Como, poi il Como”: con questa frase semplice e potente, gli ultras lariani hanno spiegato il motivo della loro assenza dalla curva durante Como-Cremonese. Lo striscione, esposto nella parte bassa dello stadio, ha fatto subito il giro dei social e della stampa locale, segnando un gesto che va oltre la passione calcistica. Per la seconda volta consecutiva, dopo la sfida di Coppa Italia contro il Sassuolo, la parte più calda e organizzata del tifo comasco ha scelto di restare fuori dallo stadio, impegnandosi in attività di volontariato nelle zone colpite dall’alluvione.
Badili al posto dei tamburi, silenzio al posto dei cori, gli ultras hanno deciso di rinunciare alle due ore di tifo per aiutare chi, in città e nei dintorni, ha perso tutto. Un sacrificio simbolico ma concreto, che ha ottenuto, come riportano i colleghi de La Provincia, da un lato il plauso della comunità, e dall’altro i rimpianti di chi avrebbe voluto sentire il sostegno incessante della curva durante una partita molto sentita come il derby contro la Cremonese.
C’è stato anche chi ha espresso qualche perplessità, non sull’iniziativa in sé, definita lodevole e indiscutibile, ma sulla scelta di disertare lo stadio nel momento della partita. Un’obiezione che però non tiene conto dell’evoluzione del mondo ultrà negli ultimi decenni, un universo in continua trasformazione, dove la squadra non è più l’unica priorità.
Negli anni Ottanta e Novanta, il motto era uno solo: “prima la squadra”. Oggi, in molti gruppi organizzati, soprattutto nelle realtà più radicate nel territorio, è la città stessa a diventare il valore più alto. L’identità si costruisce non solo con le coreografie e i cori, ma anche con l’impegno civile, con la tutela del decoro urbano, con gesti silenziosi e simbolici come quello di cancellare scritte offensive, non per vendetta ma per rispetto.
E proprio questo senso di appartenenza, più civico che calcistico, ha portato gli ultrà comaschi a scegliere di spalare fango anziché cantare sugli spalti. Un gesto che, per chi vive davvero la curva, non è stato una rinuncia, ma un atto coerente con i valori fondanti del gruppo. Un’evoluzione che racconta come i tifosi organizzati siano diventati anche attori sociali, presenti quando c’è bisogno, capaci di mettersi al servizio della comunità prima ancora che della maglia.
Oggi, gli ultras sono più tifosi del proprio gruppo che della squadra, come dimostra anche l’esempio dei milanisti, che portano in trasferta uno striscione che dice semplicemente “Noi”. Non è solo un modo di dire, ma un’identità collettiva che va oltre il pallone. In questa visione, il gruppo ultrà è famiglia, è territorio, è responsabilità.
Il gesto dei tifosi comaschi, quindi, non è una provocazione né una diserzione, ma una dichiarazione d’amore alla propria terra. Hanno scelto di stare dalla parte di chi aveva bisogno, di “giocare” la loro partita fuori dal campo. E forse, anche questo, è un modo di vincere.

