Un successo, una sconfitta e un pareggio: il Como ha vissuto tre risultati diversi nelle prime tre giornate di Serie A, ma il filo conduttore resta lo stesso. La squadra guidata da Cesc Fabregas ha mostrato un’identità di gioco ben definita, basata su qualità tecniche, intensità e organizzazione, ma al tempo stesso ha evidenziato le lacune tipiche di un gruppo giovane e ancora in fase di maturazione.
Contro il Genoa è arrivato un pareggio che ha lasciato un sapore amaro. Non tanto per il risultato in sé, quanto per le modalità con cui è sfuggita una vittoria che sembrava ormai in tasca. Il Como si è trovato nuovamente a dover fare i conti con la gestione dei minuti finali, un problema che già nella passata stagione aveva penalizzato i lombardi.
“Non si devono far avvicinare gli avversari all’area quando si è in vantaggio e manca poco”, è stata una delle riflessioni più chiare dell’ambiente comasco. E l’espulsione nei minuti conclusivi – discutibile o meno – è l’emblema di un’inesperienza che continua a presentare il conto. Perché, a certi livelli, errori così non solo costano punti, ma rischiano anche di minare la crescita collettiva.
Certo, il Como non ha rinunciato al proprio stile e ha cercato fino all’ultimo di imporre il proprio gioco. Ma la Serie A non è solo tecnica e qualità individuale: è anche “tigna”, mestiere, furbizia e lettura delle situazioni, qualità che al momento mancano nei momenti più delicati. Lo stesso Fabregas, nel post partita, ha riconosciuto l’importanza di questi aspetti. Tono più disteso rispetto alla delusione post-Bologna, ma lucido nell’analisi.
Come sottolineato anche dai colleghi de La Provincia Vieira ha forse esagerato dicendo che il Genoa avrebbe meritato più del pareggio, ma è innegabile che i rossoblù abbiano saputo restare dentro la partita fino alla fine, sfruttando i limiti di gestione del Como. Una dinamica ben diversa da quella della scorsa stagione, quando a Marassi i lariani furono beffati ingiustamente nei minuti finali dopo una gara stra-dominata. Stavolta, invece, la responsabilità della mancata vittoria è ricaduta in buona parte sugli errori interni.
Chiudere le partite, gestire i vantaggi e imparare a soffrire con lucidità: questi sono i veri esami che attendono il Como per compiere il tanto atteso salto di qualità. Perché le belle prestazioni non bastano più. Le occasioni non concretizzate non fanno classifica, e dopo un po’ diventano un racconto stanco, ripetitivo.
La base c’è, le potenzialità anche. Fabregas ha costruito una squadra con idee, talento e identità, ma per fare strada nella massima serie servono maturità e cinismo. L’obiettivo adesso è semplice: non disperdere tutto il bello costruito con leggerezza e disattenzioni. Il tempo e il lavoro potranno colmare il gap, ma serve iniziare a farlo da subito, partita dopo partita.

