Allenatore 70enne con un percorso professionale esteso tra più continenti, Ernestino Ramella ha guidato club in Messico (tra cui America, Querétaro e Pachuca), in Albania al Flamurtari Valona e in Svizzera al Chiasso. In Italia, la sua esperienza è legata, anche, a più cicli sulla panchina del Como.
Il primo incarico al Como tra playoff e rimpianti
Oggi, parlando dei suoi ricordi lariani con i colleghi de La Provincia, il tecnico rievoca il primo approdo sulla panchina del Como 1907 nella stagione 2006-07.
“Mi chiamarono dopo le gestioni Falsettini e Parolini, per chiudere il campionato. Riuscimmo a vincere i playoff contro l’Alghero, ma poi arrivò l’eliminazione con l’Uso Calcio, lasciandoci grande rammarico”, ha spiegato in forma rielaborata.
Il secondo ritorno e la confusione societaria
Due stagioni più tardi arrivò un nuovo richiamo dalla dirigenza. La situazione, però, era complessa.
“Tornarono a cercarmi Rivetti e Di Bari, con cui avevo già collaborato. La società era in difficoltà economiche e lo sapevamo. Poi, dopo un girone d’andata dignitoso, Di Bari mi disse che con l’arrivo di Tesoro e del suo uomo di fiducia Manari non poteva opporsi. Da lì cambiò tutto e arrivò anche il cambio di proprietà”, ha ricordato. Il finale di stagione portò comunque alla salvezza, raggiunta con un pareggio decisivo contro la Ternana.
La frase diventata celebre sul gruppo squadra
Tra gli episodi più ricordati della sua carriera c’è una sua uscita sulla tensione nello spogliatoio. “Osservavo bene i giocatori: i segnali di nervosismo erano evidenti, parlavano poco e apparivano bloccati. Quando percepivo questa situazione intervenivo per alleggerire la pressione. A Terni, però, conoscevo l’ambiente e non c’era alcun rischio particolare”, ha riformulato.
Il derby tra Como e Varese
Il rapporto con il territorio è segnato anche dalla rivalità con il Varese. “Andavo allo stadio di Varese anche a piedi, con la borsa in spalla. Era un calcio diverso: la gente parlava con te, non c’era quell’aggressività e quella pressione continua di oggi. Ho sempre rispettato tutte le squadre che ho allenato. A Como qualcuno mi insultava per la mia origine varesina, ma poi il pubblico mi ha anche applaudito”, ha spiegato.
La tesi sul 4-2-3-1 e l’origine dell’idea tattica
Ramella rivendica anche un contributo tattico. “La tesi esiste davvero, basta cercarla: è registrata a Coverciano e riguarda il 4-2-3-1”, ha affermato. La genesi del sistema di gioco nasce da esigenze pratiche: “Quando allenavo il Legnano avevo diversi giocatori offensivi da valorizzare. Dovevo trovare un equilibrio e così nacque quell’idea. Fu una soluzione dettata dalle caratteristiche della rosa”, ha raccontato.
Il modulo oggi e il Como di Fabregas
Il tecnico guarda anche al calcio contemporaneo. “È curioso rivedere quel sistema nel calcio attuale. Il Como di oggi gioca un calcio molto interessante e piacevole da seguire”, ha dichiarato.
La formazione storica del suo Como
Ramella ricorda anche un suo schieramento simbolico ai tempi della panchina lariana.
“C’era una squadra molto creativa, con interpreti come Giambruno tra i pali, Diniz o Ambrosini, Urbano, Bellitta, Som, Ardito, Lewandowski e giocatori offensivi come Ciotola, Toledo, Filippini e Tavares. Avevamo anche alternative importanti come Doumbia e Bardelloni”, ha rielaborato.
Bilancio di carriera tra salvezze e rimpianti
Infine, una riflessione sul suo percorso. “È vero, i trofei non sono stati tanti. Ma ho quasi sempre lavorato in contesti difficili, dove l’obiettivo principale era mantenere la categoria. Alcune salvezze, per valore e peso, sono state come delle promozioni”, ha concluso.
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