Claudio Sallusti (al centro nella foto tratta dal sui profilo FB, Ndr) rappresenta una parte importante della storia recente del Como. Per circa dieci anni è stato team manager della società lariana, seguendo la squadra da vicino e vivendo lo spogliatoio accanto ad allenatori e giocatori. Un legame nato in famiglia: suo padre Sergio (alla sua destra nella foto, Ndr), infatti, è stato per quarant’anni dirigente amministrativo del club. Un rapporto profondo con i colori biancoblù, raccontato in un’intervista concessa a La Provincia, tra emozioni, ricordi e tanti episodi curiosi.
Oggi Sallusti vive a Udine, ma il rapporto con il Como non si è mai interrotto. “Il calcio ormai l’ho lasciato, ma il Como continuo a seguirlo sempre. Sono rimasto un tifoso vero, ho anche la sciarpa dei Forestieri, il gruppo dei sostenitori che vivono fuori provincia. Quando arriva a Udine vado sempre a vederlo”, ha raccontato.
Da Como a Udine, ma il Sinigaglia resta speciale
Dopo gli anni trascorsi in riva al lago, Sallusti ha scelto una nuova strada professionale lontano da casa.
“A Como forse sarebbe stato più complicato ripartire. Ho seguito Ferrigno quando abbiamo aperto la società di marketing, prima legata al Como e poi all’Udinese. Qui sono rimasto dodici anni: sono stati anni belli, anche se diversi. Però Como resta Como. Essere in panchina, sul campo, vicino alla squadra che tifavo da bambino è stato un sogno”, ha spiegato.
Il legame con papà Sergio
Il ricordo del padre è uno dei passaggi più emozionanti dell’intervista. Claudio racconta un rapporto costruito attraverso il calcio e il Como. “Papà mi manca ancora. Negli ultimi anni della sua vita è stato spesso con me a Udine. Giocavamo al Fantacalcio e anche la sera prima della sua scomparsa avevamo visto una partita del Como insieme”, ha raccontato.
Il suo amore per il club nacque quando era bambino. “Avevo circa otto anni quando iniziai ad andare al Sinigaglia, grazie ai biglietti che mi dava papà. Il mio idolo era Correnti, e ricordo ancora la promozione in Serie A del 1975”, ha aggiunto.
I primi passi nel mondo del calcio
L’avventura professionale di Sallusti iniziò quasi per caso, quando era ancora studente. “Verso la fine del liceo entrai nel Como come factotum. Preparavo le borracce, andavo in trasferta con la squadra e iniziai a vivere quell’ambiente dall’interno”, ha ricordato.
Da lì arrivò il ruolo accanto all’ufficio stampa e poi la gestione della tribuna stampa, fino alla grande occasione. “Marotta e Carnevali un giorno mi chiesero se volevo diventare team manager. Quando ci penso mi viene ancora da sorridere: essere promosso sul campo dal presidente dell’Inter e dal direttore generale della Juventus non è una cosa da tutti”, ha raccontato.
Gli anni con Tardelli, Marini e Scanziani
Nel periodo vissuto da team manager, Sallusti ha lavorato con grandi protagonisti del calcio italiano. “Tardelli aveva un carisma incredibile, un po’ come quello che oggi può avere Fàbregas. I giocatori lo ascoltavano con grande attenzione. Quando compì quarant’anni gli regalammo una maglia con scritto 40 sulle spalle e la frase ‘ma non si vede’. Qualcuno però cancellò il ‘non’ e cambiò completamente il significato”, ha ricordato sorridendo.
Tra gli allenatori più particolari anche Onesti e Trainini, capaci di lasciare ricordi indelebili per metodi e personalità. “Marini era quello più simpatico. Dava soprannomi a tutti e ancora oggi qualcuno mi chiama Claude perché lui mi aveva ribattezzato così”, ha raccontato.
Lo spogliatoio e il rapporto con i giocatori
Sallusti ha sempre interpretato il ruolo di team manager come una figura vicina agli uomini prima ancora che agli atleti. “Consideravo i giocatori come fratelli minori. Mi chiamavano per uscire insieme e qualche volta anche per andare in discoteca. Il direttore sportivo mi rimproverava, ma io dicevo che andavo a controllare che non combinassero guai. Ed era anche vero”, ha spiegato.
Tra gli episodi più curiosi resta quello della pizza durante il ritiro. “Una volta Franzone e Gargioni mi chiesero una pizza in camera. La misi nella valigetta, ma nell’ascensore incontrai Tardelli e per non farmi vedere la girai in verticale. Potete immaginare come arrivò la borsa dopo…”, ha raccontato ridendo.
L’addio e il ricordo di Ferrigno
Anche il momento della separazione dal Como è rimasto impresso. “Quando andai via, Preziosi, che normalmente non dedicava parole a chi lasciava una società, durante una presentazione pubblica mi rivolse un saluto davanti ai tifosi. Fu una cosa che apprezzai molto”, ha ricordato.
Sallusti ha vissuto anche momenti difficili, come il dramma legato a Ferrigno nel 2001. “Venne a casa mia in un momento di grande crisi. Fu un periodo molto duro, con giornalisti presenti giorno e notte. In quell’appartamento avevamo ospitato anche tanti giocatori del passato”, ha spiegato.
Dal calcio al marketing, una nuova sfida
Dopo l’esperienza sul campo, Sallusti ha continuato a lavorare nel mondo sportivo attraverso il marketing. “Abbiamo fatto cose innovative, come inserire per primi un ristorante dentro lo stadio. Eravamo pionieri dell’hospitality e credo che sia stato realizzato un lavoro davvero importante”, ha concluso.
Un racconto che restituisce l’immagine di un uomo rimasto profondamente legato al Como, alla sua storia e a una generazione di calcio vissuta con passione e umanità.
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