Maccoppi: “Il nostro Como col suo vivaio ha scritto la storia del calcio”

L'ex difensore: "L'attuale società sia orgogliosa della propria storia. Con Mondonico saremmo potuti andare in Coppa UEFA". E poi Borgonovo, Dirceu, Favini e...Kempf

Secondo me se mettiamo assieme tutte le partite che ho fatto con la maglia del Como, dai pulcini alla prima squadra, sono recordman di presenze“. Questa autodichiarazione dice molto di quante pagine del Como abbia scritto Stefano Maccoppi, baluardo difensivo biancoblu per quasi tutti gli anni ’80.

Intervistato da Nicola Nenci su La Provincia, “Bobo” ha dato diversi spunti interessanti. A partire dall’origine di quel soprannome:In un Milan-Juventus Bettega, detto Bobo, segnò un gol di testa meraviglioso. La partita successiva nel settore giovanile del Como segnai un gol uguale e gridai ‘ha segnato Bobo!’ Da lì tutti cominciarono a chiamarmi così“.

C’è anche spazio per un’opinione sul Como di oggi e sulla sua difesa: “Ramon molto elegante, è giovane e ogni tanto si fa prendere dalla supponenza, invece qualche volta spazzare non fa male. Carlos sulla velocità paga la sua mole, ma è molto forte. Il mio preferito però è Kempf. Bravissimo. Io lo farei giocare sempre. Guardo il Como e resto incantato. Gioca benissimo. Fabregas è un fenomeno, la società non sbaglia una mossa. L’unica cosa che non mi piace è quando dicono che prima di loro non c’era nulla. Ho capito che si riferiscono alla D, ma devono ricordarsi che il nostro Como e quel settore giovanile ha scritto la storia del calcio. E dovrebbero essere orgogliosi anche loro. L’Atalanta si è ricordata dell’anniversario della morte di Favini, il Como no. Lo dico senza nessuna vena polemica eh. Applausi sinceri e grande tifo per loro“.

Un appunto che dimostra l’affetto per quell’epopea caratterizzata anche dalla solidità di Maccoppi: “A 11 anni ho rischiato di smettere. Mi aveva preso il Torino ma mia mamma si oppose e la presi malissimo. Poi però andammo a fare un test alla Garibaldina, il campo di allenamento che il Como aveva in provincia di Milano. Dopo forse 10’, l’allenatore mi tolse. Delusione. Invece arrivò Crippa e disse: ti hanno tolto perché non volevano che gli altri osservatori si accorgessero di te: ti hanno preso. E così andai al Como. Favini era davvero uno ‘avanti’. Ci faceva allenare vicino alla prima squadra e tu andavi in campo per fare il salto. Eravamo fortissimi”. Fondamentale l’amicizia con Borgonovo: “Ero una sorta di fratello maggiore. Lo portai di peso in banca ad aprire il suo primo conto. Lanciavamo aerei di carta fuori dalla finestra dell’hotel dove stavamo in ritiro: se stavano in aria per più di dieci secondi, avremmo vinto la partita il giorno dopo. Che ridere… In Como-Inter Zenga gli rovinò addosso e Stefano perse un dente. Io nel secondo tempo lo ritrovai e giocai l’ultimo quarto d’ora con il suo dente in mano. Poi glielo diedi e lui se lo fece attaccare di nuovo. Anche durante la malattia ci scrivevamo spesso“.

Stefano Borgonovo

E poi Marchesi (“uno degli allenatori più bravi e intelligenti che ho conosciuto“) e Mondonico (“se non si fossero infortunati Borgonovo e Corneliusson assieme, quella squadra sarebbe andata in Coppa UEFA“). C’è anche un aneddoto su Dirceu:Inventò un gioco. Lo chiamava Cincuenta. Voleva dire che dovevamo fermarci a fine allenamento il sabato, noi giovani e lui, disposti in tondo a fare palleggi sino a cinquanta e senza che il pallone toccasse terra. Se ce la facevamo, il giorno dopo avremmo vinto. Quando però cominciammo a fare pochi errori, un giorno arrivò e disse: Ciento“.

Redazione

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