A Giovanni Malagò la patata bollente. Nel proprio momento più difficile la FIGC riparte da un nome tecnico, politico e non calcistico. Il 67enne dirigente romano è il nuovo presidente federale: ha battuto Abete (altro nome “freschissimo”…) col 68% dei voti. Il suo profilo non è esente da controversie, anche in sede legale, ma proviamo a capire insieme cosa Malagò ha inserito nel suo programma, consultabile sul sito della FIGC.
Proposte principali: uno sportello unico digitale per i dilettanti così da ridurre la burocrazia; richiedere al Governo il superamento dell’IRAP per attività legate a settori giovanili e infrastrutture; monitoraggio continuo dei conti dei club, così da evitare i tanti fallimenti estivi soprattutto in C; un piano nazionale per stadi e centri sportivi; abilitazione obbligatoria per tutti gli allenatori dell’attività di base; non meglio specificate “misure premiali” per incentivare l’utilizzo e la crescita dei giovani; per i tifosi si parla di “contrasto alla pirateria” ma anche di “migliorare l’esperienza allo stadio”; ancora, “la Serie A deve diventare una Lega più globale senza perdere la propria identità italiana”.
Un manifesto elettorale con tanti desiderata, ricco di linee guida e principi, ma nulla di davvero nuovo né rivoluzionario. Infatti le scorse settimane sono state caratterizzate più da ragionamenti tipo “chi sostiene chi”, e molto meno da idee concrete. Le prime indiscrezioni sul ritorno di Mancini come CT della Nazionale – Mancini, quello che aveva mollato l’Italia e la FIGC per i soldi arabi… – non lasciano presagire nulla di buono. La sensazione è che sia la solita nomina molto politica, molto economica e poco sportiva.
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