L’editoriale – Il calcio italiano cerca risposte facili a problemi difficili

Dagli italiani in campo "per forza" ai capri espiatori: finte soluzioni. Servirebbe una crescita collettiva in cultura e competenza, ma "chi c'ha voglia"?

Avevamo messo giù il solito articolo sulla crisi del calcio italiano. Meno banale di altri che avete letto, ma ugualmente inutile.

L’abbiamo cancellato.

La Nazionale ormai ĆØ solo un pretesto per indignarsi, per lamentarsi, per chiedere teste. Poi se per caso vince qualcosa, facciamo il bagno nelle fontane. Certi che presto torneremo finalmente a indignarci, a lamentarci e a chiedere teste.

Se si volesse fare un discorso serio sui problemi del nostro pallone, bisognerebbe riconoscere innanzitutto che sono tantissimi, i problemi. Non uno. Poca cultura sportiva (e non solo sportiva), scuole, strutture, investimenti statali, clientelismo, infiltrazioni mafiose, proprietĆ  straniere, calcio giovanile, Serie C disastrata, calo demografico, classe dirigente da antiquariato, Federazione che pensa a Perth, eccetera eccetera. E poi i calciatori, di cui si parla troppo poco: i primissimi colpevoli sono loro, milionari che giocano la Champions League e poi perdono con Bosnia e Macedonia.

E’ come quando ti trovi di fronte a un ammasso di decine di fili attorcigliati. Che fai? Una persona seria si mette con tanta pazienza e li sbroglia tutti. Un pigro si gira dall’altra parte, oppure ne sfila uno giusto per far vedere di aver fatto qualcosa.

Invece no, noi individuiamo il filo più sgargiante e lo trasformiamo nel nemico. Il presidente FIGC, Gravina, è sgargiantissimo. Avrebbe dovuto dimettersi tempo fa. Si dimetterà. Ma tolto quel cavo, rimarranno tutti gli altri. Perché le soluzioni a problemi complessi non sono mai semplici. Tanto meno semplicistiche. 

Semplicistico ĆØ anche il ragionamento: “Obblighiamo le squadre di Serie A a schierare un tot di italiani!” Se il Como avesse in rosa Gatti al posto di Ramon, Cristante al posto di Perrone, Frattesi al posto di Baturina, Raspadori al posto di Douvikas e Cambiaghi al posto di Rodriguez, sarebbe quarto? Lasciamo a voi la risposta. E’ un grande classico: chi fallisce se la prende con chi ha successo e vorrebbe affossarlo.

Cambiare una nomina o una regola non scioglie la matassa. Dovremmo crescere tutti. Ci servirebbe più competenza. Più cultura. Più coraggio, provando magari a dare potere a persone che non siano i soliti decrepiti over65enni, ma gente giovane che abbia girato il mondo. Sarebbe il caso che ogni singola persona che orbita attorno al calcio – giocatori, allenatori, dirigenti, addetti ai settori giovanili, intermediari, scout, arbitri – si facesse un serio esame di coscienza. “Come sto lavorando? Sono serio o penso solo al mio orticello?” E anche il nostro campo, quello giornalistico/editoriale, avrebbe bisogno di una rivoluzione totale.

Ma sono tutti discorsi inutili. PerchĆ© nessuna componente ha davvero voglia di impegnarsi, cambiare, investire. E’ molto più facile trovare il capro espiatorio, sbandierare un mezzo slogan e continuare a perdere terreno.

I tifosi oggi si indignano con chi rimane attaccato alla poltrona, ma se domenica sera Bastoni farƠ gol, verrƠ applaudito come se nulla fosse. E allora avanti cosƬ.

Redazione

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