Fare qualcosa che nessuno ha mai fatto.
Torniamo indietro di una settimana, all’intervista fatta su queste colonne a Massimo Nicastro, ex presidente biancoblu nonché uomo che ha propiziato l’arrivo di Suwarso e della famiglia Hartono. Tra tutte le cose dette, ce n’è una che abbiamo trovato particolarmente interessante:
“La Champions è sicuramente il picco per il Como, perché è una realtà piccolina. I vari fattori non consentono una crescita tipo Real Madrid. A meno che… A meno che si riesca a far diventare il Como davvero internazionale. Per esempio rendendolo la regina delle provinciali nel mondo, tifata da tutti gli abitanti di piccole città senza una squadra, in Asia, in Africa, Stati Uniti eccetera. Allora acquisisci un numero di tifosi globale e puoi raggiungere una dimensione diversa. Ma servirebbero 20/30/40 anni. Comunque per riuscirci serve anche avere uno stadio che sia una chicca”.

PERCHÈ SÌ
Che al Como serva internazionalizzarsi per trovare nuovi ricavi è cosa nota. Suwarso lo ripete spesso. Nicastro però ha proposto un ruolo specifico, quasi identitario, che il club potrebbe ricoprire nello scacchiere del calcio mondiale. Quello della piccola tifata dagli amanti del pallone che vivono fuori dalle grandi metropoli. Ha senso, per tre motivi:
- Tutti gli squadroni vengono da città di una certa importanza: Londra, Parigi, Milano, Madrid, Barcellona, Monaco di Baviera. In Sudamerica il discorso non cambia: San Paolo, Rio de Janeiro, Montevideo, Buenos Aires, Belo Horizonte, Porto Alegre… Anche Liverpool, Manchester, Birmingham (Aston Villa) e Dortmund superano i 500.000 abitanti. Napoli? Oltre il milione. Atene, Lisbona, Istanbul e Amsterdam sono tutte grandi capitali europee. Già contesti come quello di Atalanta, Bruges, Porto e Leverkusen sono più ridotti, ma Como è ancora più piccola.
- Il mondo è sempre più urbanizzato, sì, però secondo alcune stime rivelano che tra i 4 e i 5 miliardi di persone vivono in contesti cittadini sotto i 300.000 abitanti. Quale club ha mai cercato davvero di costruire una narrativa globale calcistica attorno all’orgoglio di provincia? Nessuno. Si tratta di una “nicchia di mercato” inesplorata. Se una realtà del genere esistesse, siamo sicuri che nel paesino della Nigeria, dell’Iran o della Costa Rica tiferebbero ancora Real Madrid o Liverpool? Forse la maggioranza sì, ma una parte (e si parlerebbe comunque di decine di milioni di persone) potrebbe essere affascinata dall’alternativa. Dunque merchandising, maggiore seguito sui social, turisti da ogni dove, aumento di interesse degli sponsor. Anche per la Serie A, in ottica diritti tv, sarebbe una manna.
- In queste situazioni c’è un grosso rischio boomerang: far disamorare lo zoccolo duro locale. In questo caso però i tifosi lariani autoctoni potrebbero riconoscere un elemento identitario comune con i nuovi sostenitori: l’appartenenza a realtà periferiche rispetto ai grandi centri che dominano il calcio mondiale.
LA CONCORRENZA
Il Bodø/Glimt rappresenta un paesone di 50.000 abitanti, ma non sembra avere propositi così ambiziosi. Discorso simile per il Villarreal o, dall’altra parte dell’Oceano, per l’Independiente del Valle. Como ha anche elementi affascinanti che altri piccoli centri non hanno: il Lago, l’Italia, la proprietà ricca e orientata all’estero. E se, come chiosava Nicastro, si riuscisse ad avere uno stadio-bomboniera, il tutto diventerebbe ancor più attrattivo.
Per il momento resta un’ipotesi, in ogni caso proiettata al 2045 e non al 2030. Ma in un calcio globale in cui quasi tutti cercano di assomigliarsi, diventare la squadra delle piccole città del mondo sarebbe almeno un modo diverso di provare a crescere.

