Il Sultano del mercato: perché la Turchia fa paura anche alla Serie A

Tre colossi "e mezzo", tasse basse, zero sostenibilità e debiti condonati: la ricetta del calcio turco per scippare i campioni al resto d'Europa

osimhen Galatasaray

Signori, alla tavola dei campionati ricchi c’è un nuovo commensale. Oddio, non nuovissimo, perché ha già avuto in passato dei momenti di gloria (Roberto Carlos fu il primo ad andare da quelle parti, poi Drogba, Sneijder e Van Persie tra gli altri). Ora però si riaffaccia con rinnovate ambizioni nei salotti buoni del calcio europeo.

Il fenomeno del campionato turco va capito. Anche perché pure il Como ci ha avuto a che fare, sia per una cessione (Ballet all’Antalyaspor l’anno scorso) sia per alcune operazioni in entrata, Morata e Diego Carlos su tutte.

Va detto innanzitutto che, un po’ come in Arabia, anche in Turchia sono poche le squadre che spendono davvero. Quattro, sostanzialmente. Ma quelle quattro stanno sfoderando colpi a effetto mica male.

Le “quattro” delle meraviglie

Il Fenerbahce ha “cilieginato” con Lukaku una rosa di livello: Greenwood (quasi 40 milioni al Marsiglia, strappato alla Roma), Muriqi (15 milioni al Maiorca per un attaccante da 23 gol in Liga) e poi Aké dal City, oltre a chi già c’era, il portiere Ederson, Skriniar, Kanté, Asensio e Guendouzi. 

Il Galatasaray quest’anno non ha ancora aperto il portafoglio, ma in giallorosso troviamo comunque Osimhen (uno che in Italia ci sogniamo), Leroy Sané, Davinson Sanchez, Torreira e addirittura Gundogan.

Il Besiktas ha puntato su Italiano in panchina e Vlahovic in attacco, senza farsi spaventare dalle alte commissioni. I bianconeri hanno anche sborsato oltre 60 milioni per prendersi Kocku dal Benfica, Ouattara dal Monaco, Nubel dal Bayern e addirittura Trossard dall’Arsenal. Non esattamente gente a fine carriera.

Meno celebre il Trabzonspor, che però annovera da una decina di giorni Momo Salah, un altro imprendibile per le squadre di Serie A.

Ma come fanno?

Come avrete capito, al di là della Tracia non si preoccupano della sostenibilità. I club turchi finanziano i loro colpi di mercato grazie a un regime fiscale molto leggero (tassazione attorno al 20% per gli ingaggi, meno della metà rispetto ai principali campionati europei). Inoltre sfruttano i propri patrimoni immobiliari e gli investimenti milionari di presidenti mecenati e aziende (anche statali) che sponsorizzano a go-go. Essendo un forte veicolo di consenso politico godono anche della copertura del sistema bancario statale che assorbe e dilaziona l’enorme debito accumulato. 

Se la tendenza resterà questa, aspettiamoci uno di quei quattro club nelle fasi finali della Champions League nell’arco di qualche stagione.

Redazione

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